Archivio per Economia

UN 2012 DALLA PARTE DEI POPOLI

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La morte di Vaclav Havel, fa riaffiorare i ricordi della grande stagione di libertà dei popoli dei regimi comunisti europei, alla fine degli anni ’90.

Viene da chiedersi se oggi, non stia di nuovo attraversando l’Europa e il mondo, un’altra grande spinta democratica, che nasce dai popoli.

Oggi c’è Piazza Tahrir, c’è Occupy Wall Street, ci sono le piazze italiane che si sono riempite di donne, di giovani, di lavoratori, di studenti e di immigrati.

I senza potere di Havel, di un libro scritto nel 1978, assomigliano molto ai manifestanti di Occupy Wall Street, ai blogger dissidenti arabi, alle donne di Se Non Ora Quando, ai movimenti dei giovani precari italiani, ai lavoratori di Pomigliano, a chi sale sulle gru per farsi ascoltare.

“Il potere dei senza potere” del XXI sec., nasce usando nuovi mezzi, nuovi strumenti tecnologici, agendo in una nuova agorà che è anche virtuale.

Ma, quello che chiedono i senza potere di oggi, come quelli di Havel, è di uscire dalla menzogna, chiedono onestà e coraggio.

Onestà sul mancato risanamento di un sistema speculativo che impoverisce l’intera economia mondiale, togliendo immense risorse al cammino produttivo dell’economia.

Onestà, sul mancato risanamento di un sistema finanziario internazionale degradato e deteriorato che mette al giogo i popoli.

Coraggio per trovare una via d’uscita da una  crisi sistemica.

Secondo il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz

“IL CROLLO DEI MERCATI DEL 2008,

HA AVUTO PER IL FONDAMENTALISMO LIBERISTA,

LO STESSO EFFETTO DEL CROLLO DEL MURO DI BERLINO PER IL COMUNISMO”

I popoli schiavi di un’unica rappresentazione della realtà, nel 1989 premevono verso una porta che si apriva su una realtà nuova, alternativa.

Oggi, dov’è la nostra porta di Brandeburgo, che si apre su una realtà nuova ?

Che la crisi economica sia sistemica, è appurato. Mancano però, le vie d’uscita dal sistema, le riforme strutturali.

Su queste vie d’uscita premono le piazze, non quelle dei mercati, ma quelle vere.

Verso una società diversa volge lo sguardo delle donne, dei giovani, dei lavoratori. Uno sguardo in cerca di una nuova porta verso un sistema che sia dalla parte dei popoli.

Il loro potere è maggiore di quello che comunemente si immagina, è il potere di quei senza potere, capaci di cambiare il mondo, raccontati da Havel.

TOBIN TAX PER “DISARMARE I MERCATI”

Angela Merkel lo aveva detto durante l’attacco degli speculatori all’Europa nel 2010 :

“Questa è una bataglia tra politici e mercati.”

“Ma io sono fermamente determinata, come penso lo siano i miei colleghi, a vincere questa battaglia. I nostri avversari sono gli speculatori. Per questo dobbiamo a mostrarci uniti.”

Il doppio binario franco-tedesco per fronteggiare la crisi finanziaria già il 6 maggio 2010 con una lettera congiunta inviata al presidente dell’Unione europea, Herman Van Rompuy, (che oggi viene indicato come presidente del supergoverno dell’economia europea) ,pubblicata da Le Monde, aveva indicato un’inversione di rotta, “Gli stati non devono essere costretti ad aiutare le banche. Si dovrebbe consentire il fallimento di una banca senza creare un rischio sistemico per tutto il settore finanziario”. Basta con i vasi comunicnti che mettono la crisi finanziaria tutta a carico di cittadini e stati.

Ora, un nuovo passo, l’introduzione della Tobin Tax che il premio Nobel per l’economia nel 1981, l’economista James Tobin aveva proposto nel lontano 1972.

Una tassa  sulle transazioni finanziarie, usata come strumento per STABILIZZARE i mercati e finanziare gli stati.  DAL 1972 AL 1997, è sparita, fino a riapparire in un articolo su Le Monde Diplomatique, “Disarmare i mercati”. Da almeno 14 anni la Tobin Tax è portata avanti dai movimenti NO GLOBAL. Nel 2009 Angela Merkel la porta sul tavolo del G20 di Pittsburgh.

Il Fatto a marzo riprendeva le fila della prospettiva europea per la Tobin Tax in occasione del voto al Parlamento europeo, votata a giugno dalla Commissione europea.

NON E’ PIU’ IL TEMPO DEI TITANI : L’ECONOMIA DEVE CAMMINARE A PASSO D’UOMO

7 milioni di dollari, 400 milioni di dollari odierni, diretti a tutta velocità contro un iceberg, era considerato inaffondabile, andò a picco durante ilviaggio inaugurale.

Nell’aprile 2009, il Fondo Monetario Internazionale ha stimato in 4.100 miliardi di dollari Usa il totale delle perdite delle banche ed altre istituzioni finanziarie a livello mondiale a causa della crisi del 2008.

Corrisponde ad un reddito annuo di 20.500 dollari per 200.000.000 di lavoratori.

A bordo  il biglietto di sola andata per New York, in prima classe, costava 3.100 dollari : circa 70.000 dollari odierni, quello di terza classe 32 dollari : circa 700 dollari odierni. Su 2228 persone a bordo, solo 705 sono sopravvissute. Del totale dei passeggeri di terza classe, se ne salvò solo un terzo.

La crisi finanziaria del 2008 si è trasormata in una crisi prima economica ed oggi sociale, niente scialuppe per la terza classe.

“All are victims of what people in Britain call “the cuts” — the government’s defunding of civil-society institutions in order to balance the nation’s books. Before the riots, the government had planned to cut 16,200 police officers across the country. In London, austerity means that there will be about 19 percent less to spend next year on government programs, and the burden will fall particularly on the poor.”

New York Times “Cameron’s Broken Windows”

GLOBALIZZAZIONE

“America is in many ways different from Britain, but the two countries today are alike in their extremes of inequality, and in the desire of many politicians to solve economic and social ills by reducing the power of the state.

Britain’s current crisis should cause us to reflect on the fact that a smaller government can actually increase communal fear and diminish our quality of life. Is that a fate America wishes upon itself?”

Richard Sennett, professor of sociology at the London School of Economics and New York University.
Saskia Sassen, professor of sociology at Columbia.

“Sono sul mare da ragazzo, ho navigato a vela, sono naufragato già un’altra volta, conosco i pericoli del mare. Ma questa è diversa.

Per l’imprevisto dell’iceberg?

No, per la sicurezza che avevamo. Anche ora che è successo stentiamo a crederci. Non mi sentirò mai più sicuro. Di niente.”

Che sia un iceberg o le scatole tossiche dei titoli derivati, quando si naviga convinti di essere inaffondabili, senza regole, senza paura, sopra tutto e tutti, prima o poi la corsa si ferma.

La titanica corsa al dominio degli imprevisti finisce con il diventare disumana.

SETTEMBRE

Questo non sarà un agosto di ferie per noi italiani.

I giorni di agosto ci separano da un settembre che fa paura, fa paura per la mancanza di azioni messe a frutto contro la crisi.

Fa paura per la mancanza di un progetto di crescita e di sviluppo, sono ormai troppe le finanziarie che hanno tagliato la crescita, l’innovazione e lo sviluppo.

Se la crisi viene messa sulle tavole delle famiglie italiane mentre la cricca è sempre più avida e vorace difficile immaginare un paese capace di uscire da quell’1% annuo di crescita, ovvero siamo fermi. Quando manca la crescita anche le finanziarie lacrime e sangue non possono nulla per diminuire il rapporto debito/Pil.

neoliberismo

“Il mondo non è stato benevolo nei confronti del neoliberalismo, quella miriade di idee basate sul concetto integralista che i mercati si autocorreggono, allocano efficientemente le risorse e servono bene l’interesse pubblico. È stato questo integralismo di mercato il presupposto stesso del thatcherismo, della reagonomics, e del cosiddetto “Washington Consensus” a favore della privatizzazione, della liberalizzazione e della risoluta concentrazione sull’inflazione da parte delle banche centrali indipendenti … Il fondamentalismo del mercato neoliberale è sempre stato una dottrina politica al servizio di determinati interessi. Non è mai stato sostenuto da una teoria economica, né e dovrebbe essere chiaro, ormai è supportato da un’esperienza storica. Apprendere una volta per tutte questa lezione potrà rivelarsi il piccolo raggio di sole in una nube scura che incombe ormai sull’economia globale.” Joseph Stigliz “La fine del neoliberismo” 7, luglio, 2008

Non si può arrivare a settembre in queste condizioni, troppo pericoloso in mezzo alla tempesta perfetta di cui parlano gli economisti, un elenco lungo di sintomi senza una diagnosi.

La diagnosi del rigore sta andando avanti da oltre tre anni e non ha portato lontano, chi paga sono le popolazioni, la classe media, le classi sociali più a rischio povertà. Aumentano le diseguaglianze e sparisce l’intervento pubblico, bloccato dal rigore che cancella i consumi e blocca la ripresa.

finanza 2008

“Gli storici del futuro guarderanno allibiti alla frenesia taglia-spese che colse le classi dirigenti nella primavera del 2010. In un fremito di panico inconsulto ed euforia irrazionale, organizzazioni internazionali come la Banca centrale europea e l’Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo abbandonarono improvvisamente tutto quello che avevamo imparato sull’economia (a caro prezzo) durante le precedenti recessioni e decisero che il rigore di bilancio era la strada da seguire per un mondo in preda alla recessione: anzi, molti sostenevano addirittura che i tagli alla spesa avrebbero avuto un effetto espansivo. “ Paul Krugman,”Quell’irrazionale frenesia di austerity che spazza via ciò che tutte le recessioni ci hanno insegnato”, Il Sole 24 Ore, 24, 09, 2010

Paul Krugman elenca tutti i passi falsi su cui in questi ultimi anni ha camminato l’economia :

L’altra diagnosi che da anni viene ripetuta nelle aule universitarie, dentro gli articoli dei premi Nobel, ma anche sulla bocca della gente, è troppo rivoluzionaria ?

Serve più stato e non meno stato, serve più spesa pubblica per far ripartire la società e la crescita, per correggere le diseguaglianze alla base dell’economia della crisi che su di esse specula e guadagna.

Joseph Stigliz :

Dobbiamo recuperare molte delle cose che sapevamo e che abbiamo dimenticato, per esempio, quando l’economia è debole la spesa pubblica stimola l’economia. “

“I modelli economici cui facevamo riferimento prima della crisi del 2008, non hanno né preannunciato la crisi, né ci hanno fornito gli strumenti per affrontarla, quando è arrivata. “

“Non siamo riusciti a riformare il sistema finanziario e la vulnerabilità è in un certo senso anche maggiore, mentre la nostra capacità di rispondere alla crisi è minore, per l’aumento del debito che è una conseguenza della crisi”

DIAGNOSI :

“Quello di cui oggi abbiamo bisogno è STIMULATION, la politica di controllo di bilancio non ha funzionato, finanziare la spesa pubblica è invece quello che serve, anche in momenti di austerity.”

Dopo un crollo dei mercati come quello del 2008, senza l’intervento pubblico che ha salvato banche e assicurazioni, cosa sarebbe successo ? Dopo il salvataggio economico è finito tutto lì. Gli attori della crisi sono rimasti “i padroni dell’universo” e gli stati sono tornati invisibili rispetto al governo dell’economia.

C’è una resistenza ultraliberista che in questi giorni è così ben espressa con tutti i suoi limiti di classe e di inadeguatezza dal movimento del Tea Party americano, vogliono il default della società.

C’è una contrapposizione tra economia e società nata negli anni reganiani che dopo il crollo del muro di Berlino ha occupato tutto lo scenario politico, economico e sociale. Uscendo da questa dicotomia si esce dalla crisi.

“Le certezze della prima modernità – quali piena occupazione, Stato nazionale e sociale, sfruttamento – si stanno esaurendo. Ciò che si sta delineando è una società mondiale fondata sul rischio. Stiamo entrando in una seconda modernità, contraddistinta dall’informatizzazione, dalla globalizzazione, dalle crisi ecologiche, ma soprattutto da un radicale mutamento del mondo del lavoro. Nell’arco di un decennio il mondo del lavoro subirà – di fatto sta già subendo – trasformazioni tanto radicali che intaccheranno le basi dello stato sociale e della democrazia. E’ necessario individuare un nuovo modello sociale a cui affidare il compito di sostituire quello che ha dominato la seconda parte del Novecento.” Ulrich Beck,“Il lavoro nell’epoca della fine del lavoro. Tramonto delle sicurezze e nuovo impegno civile “

Una contrapposizione tra Stato, burocrazia, ospedali, scuole, servizi sociali, pensioni, ma anche tribunali e università, centri di ricerca e cultura, innovazione e sviluppo e “libero mercato” , non quello di cui parla il pensiero liberale, un’altro mercato, il mercato fuori da ogni regola, che aggira le autorità preposte al suo controllo, proprio come è accaduto prima del crollo dei mercati del 2008.

E allora il nemico della crescita e dello sviluppo non è certo lo stato che ha aperto il portafoglio per salvare quell’economia. Ora serve mancato il passo successivo :  aprire il portafoglio non al vecchio, ma al nuovo, aprire a nuove linee di sviluppo di un’altra economia.

Siamo ancora sul sentiero dell’economia della crisi e da lì dobbiamo uscire.

Nelle sue considerazioni finali, Mario Draghi :

“O perché hanno ricevuto aiuti pubblici, necessari nel momento più acuto della crisi a evitare fallimenti dalle conseguenze devastanti, o perché gli Stati hanno loro offerto garanzie più o meno esplicite, diffusa è la convinzione che le banche più grandi non possano fallire.

Ne derivano serie distorsioni alla concorrenza ma soprattutto il fatto inaccettabile che i guadagni spettano ai privati, le perdite alla collettività.

DEBITI DEGLI STATI INDUSTRIALI AVANZATI ED ECONOMIA GLOBALE VISTO DA NOURIEL ROUBINI

Per concludere :

1) FISCAL POLICY : uso della spesa pubblica per influenzare l’economia.

2) Il settore finanziario deve essere sottoposto ad un nuovo sistema di controllo : la finanza della crisi è slegata dall’economia reale.

3) Sciogliere il nodo dell’ECONOMIA GLOBALE.

Per chi ha ancora il coraggio di leggere, ascoltare, riflettere sulle nuove idee per una nuova economia, la strada è tutta in salita, tra il recupero di ciò che sapevamo di cui parla il prof. Stigliz e il disegno di nuove regole per un’economia globale. In mezzo alle voci più innovative restano ancora i giochi dei Gattopardi della Crisi, che continuano indisturbati a giocare sul tavolo della roulette globale, con i nostri soldi.


NO AD UNA POLITICA IN RITARDO SULL’ECONOMIA

Abbiamo il dovere di trovare un linguaggio nuovo per squarciare il silenzio assordante, su quello che sta accadendo, sull’attacco alla dignità dei lavoratori, sulla cecità di una politica economica che continua ad essere  in ritardo sull’economia.

Per costruire una ripresa che non ci sarà senza il cambiamento, è necessario, oggi, che la politica  recuperi il ritardo degli ultimi venti anni e si dimostri in grado di anticipare l’economia.

Ecco perchè :

GLOBALIZZAZIONE

La crisi economica dalle piazze finanziarie, nel 2010, sta passando alle piazze quelle vere, di quelli Stati, talmente strappati alla loro reàltà sociale e civile da essere chiamati Pigs o Piigs.

La politica non deve aspettare che siano le piazze, quelle vere, a riempirsi di titoli tossici, che dopo aver avvelenato le piazze finanziarie, cercano di avvelenare le nostre piazze, perchè l’economia della crisi è nata e prospera sui massimi squilibri, economici e sociali, su cui la speculazione ottiene i massimi profitti.

Se la politca non interviene,

  • non aprendo il portofaglio, come ha fatto nel 2008, per salvare le banche e le assicurazioni,

  • ma aprendo la mente

ad un nuovo modello di sviluppo sostenibile in termini sociali ed ambientali,

capace di superare il pensiero unico ultraliberista, spazzato via dall’uso che ne ha fatto

la finanza speculativa,

la fine della crisi resterà un miraggio,

come in questi ultimi due anni,

sempre intravisto, ma mai reale.

La politica in questi ultimi anni è diventata  immagine e potere e sempre meno pensiero e contenuti. Si cerca il consenso immediato senza il coraggio di porre i problemi complessi, come copmplessa è la società e l’economia del XXI sec., e di trovare soluzioni complesse e sinergie istituzionali nuove, per esempio con il livello europeo, per affrontare quelle “discariche di problemi concepiti e partoriti a livello globale” che sono diventate le nostre vite quotidiane.

Preparatevi ad annoiarvi oppure a mettere in discussione la piega che il rapporto tra politica ed economia  ha preso nei decenni della globalizzazione.

Vorrei addentrarmi in una riflessione  su come la politica abbia scelto di abdicare all’economia, parte determinante, del suo ruolo di programmazione economica e sociale, adducendo la globalizzazione come scusa per giustificare una perdita di ruolo, che è stata prima di tutto, una mancanza di pensiero e di intervento sulla globalizzazione, comprensibile venti anni fa, molto meno dieci anni fa, assolutamente ingiustificabile dopo il 2008.

Oggi, su La Repubblica, è uscita una interessante riflessione firmata da Ulrich Beck, sui rapporti tra politica ed economia, tra politica e globalizzazione, di cui vorrei citare i tratti più significativi. E’ da tempo che il sociologo tedesco è un riferimento nel dibattito sulla globalizzazione, ci aveva avvisato per tempo, attenzione, prima o poi la globalizzazione ci presenterà il conto. Il problema è che il conto è lungo e si autoalimenta, dal 2008 al 2010, dalle piazze finanziarie alle piazze delle nostre città, in un circolo chiuso tra globalizzazione e speculazione.

“E’ saltata l’alleanza tradizionale tra l’economia di mercato e lo Stato sociale, come dice Ulrich Beck, un’alleanza che ha sorretto per decenni il diritto, le istituzioni, la politica, la legittimità stessa delle classi dirigenti che si alternavano al comando, in una parola la forma pratica e quotidiana della democrazia occidentale.” Ezio Mauro su La Repubblica.

Joschka Fischer  “nessuno può fare politica contro i mercati”

Nei venti anni trascorsi, questa abdicazione, ha caratterizzato la politica economica dei Governi nazionali, ha affidato al pensiero unico ultraliberista le sorti dell’economia. Il risultato è stato una bomba ad orologeria che la finanza speculativa, del tutto indisturbata, ha confezionato per i mercati mondiali.

“I politici si consideravano come pedine di un gioco di potere dominato dal capitale che agisce a livello globale”

“Da un lato si assume che la classe politica con il suo stesso agire abbia causato la sua presunta incapacità di agire: essa, cioè, avrebbe imposto a livello nazionale, come “politica riformista”, le regole dei mercati globalizzati”. In questo modo essa avrebbe prodotto “il destino della globalizzazione”.”


“Il capitale globale consegue il suo potere “inattaccabile” solo allorchè la politica persegua attivamente la sua autoeliminazione”.”

“Dall’altro, l’impotenza che la politica deve addebitare a sé stessa serve da pretesto per respingere la presione ad agire”

“Dal momento che non ci sono e non ci possono essere risposte politiche globali alle conseguenze della globalizzazione, NON C’E’ NIENTE DA FARE”

Questo pecorso di “autoeliminazione” della politica comincia venti anni fa. Dieci anni fa, fino ad oggi, si innesca un altro meccanismo, tutt’altro che virtuoso, la tendenza della politica di “suscitare aspettative la cui irrealizzabilità è palese”.   E veniamo ai vertici internazionali, G8, G20 e quant’altro.

“Prima di un vertice del G20 si chiede a gran voce un qualche tipo di tassa globale sui mercati finanziari, ben sapendo che essa non ha nessuna possibilità di essere applicata”

“SI APRE UN’INTERNAZIONALE SEPARAZIONE TRA IL PARLARE E L’AGIRE”

IL PRETESTO DEL NON POTER FARE E’ STATO SMENTITO DAGLI INTERVENTI DEGLI STATI NAZIONALI NEL 2008 PER SALVARE LE BANCHE E LE ASSICURAZIONI IN DEFAULT

“Si è manifestato per un istante mondiale il plusvalore politico”

Come si passa da un “istante mondiale” ad un intervento mondiale del plusvalore politico sull’economia ai tempi della globalizzazione?

Secondo Ulrich Beck, attraverso il superamento dell’ “ontologia nazionale”,                                                                                         di “un’autoillusione nostalgica che assolutizza la dimensione nazionale”.

Strettamente collegata all’autoillusione nazionale è l’autoillusione neoliberista. L’articolo passa in rassegna i limiti dell’ “autoillusione neomarxista” e dell’ “autoillusione tecnocratica”,  in una lunga analisi che evidenzia il bisogno di certezze radicate nei “dogmi del passato”  piuttosto del coraggio di progettare il cambiamento, di riconoscere il bisogno di un ripensamento  delle categorie ontologiche di una politica che deve essere in grado di guardare avanti,                                     E DI ANTICIPARE L’ECONOMIA, che sulle debolezze della politica ha costruito il suo lasciapassare globale.

“La politica nazionale nell’era globale riuscirà a svolgere la sua funzione plasmatrice e a recuparare credibilità solo nelle forme della cooperazione trasnazionale. ( Ue !)”

GLOBALIZZAZIONE

E allora più Europa e non meno Europa

per portare l’identità politica e sociale dagli stati membri

dentro la realtà economica della globalizzazione.

europa

VERSO UNA NUOVA ECONOMIA : ABBATTIAMO GLI IDOLI DELL’ULTRALIBERISMO

“Coloro che dettano al mondo la politica economica – banchieri, finanzieri, ministri – si comportano come sacerdoti di oscuri culti antichi, e chiedono, ad ogni svolta, ad ogni evento che chiamano “cambiamento”, dei sacrifici umani, come per placare la rabbia di un dio invisibile”altrimenti “ come spiegare che tutto ciò che questi sacerdoti impogono porta continui tagli di bilanci, la disoccupazione che cresce, la Borsa che cade, la gente stordita da nuove rinunce – perdita della casa, della scuola, del lavoro – che non portano frutti ? Per questo, io chiedo : quando finiremo di fare sacrifici umani al dio di una elite di presunti esperti che sta rovinando il mondo e ci dedicheremo a sanare l’economia? “

Paul Krugman, premio Nobel per l’Economia del 2008 , New York Times 21 agosto 2010

The fall of Wall Street is for market fundamentalism what the fall of the Berlin Wall was for communism

“Oggi l’economia è andata a rotoli insieme, si può sperare, al paradigma economico che prevaleva negli anni prima della crisi.”

JOSEPH STIGLIZ