Archivio per Economia

UN 2012 DALLA PARTE DEI POPOLI

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La morte di Vaclav Havel, fa riaffiorare i ricordi della grande stagione di libertà dei popoli dei regimi comunisti europei, alla fine degli anni ’90.

Viene da chiedersi se oggi, non stia di nuovo attraversando l’Europa e il mondo, un’altra grande spinta democratica, che nasce dai popoli.

Oggi c’è Piazza Tahrir, c’è Occupy Wall Street, ci sono le piazze italiane che si sono riempite di donne, di giovani, di lavoratori, di studenti e di immigrati.

I senza potere di Havel, di un libro scritto nel 1978, assomigliano molto ai manifestanti di Occupy Wall Street, ai blogger dissidenti arabi, alle donne di Se Non Ora Quando, ai movimenti dei giovani precari italiani, ai lavoratori di Pomigliano, a chi sale sulle gru per farsi ascoltare.

“Il potere dei senza potere” del XXI sec., nasce usando nuovi mezzi, nuovi strumenti tecnologici, agendo in una nuova agorà che è anche virtuale.

Ma, quello che chiedono i senza potere di oggi, come quelli di Havel, è di uscire dalla menzogna, chiedono onestà e coraggio.

Onestà sul mancato risanamento di un sistema speculativo che impoverisce l’intera economia mondiale, togliendo immense risorse al cammino produttivo dell’economia.

Onestà, sul mancato risanamento di un sistema finanziario internazionale degradato e deteriorato che mette al giogo i popoli.

Coraggio per trovare una via d’uscita da una  crisi sistemica.

Secondo il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz

“IL CROLLO DEI MERCATI DEL 2008,

HA AVUTO PER IL FONDAMENTALISMO LIBERISTA,

LO STESSO EFFETTO DEL CROLLO DEL MURO DI BERLINO PER IL COMUNISMO”

I popoli schiavi di un’unica rappresentazione della realtà, nel 1989 premevono verso una porta che si apriva su una realtà nuova, alternativa.

Oggi, dov’è la nostra porta di Brandeburgo, che si apre su una realtà nuova ?

Che la crisi economica sia sistemica, è appurato. Mancano però, le vie d’uscita dal sistema, le riforme strutturali.

Su queste vie d’uscita premono le piazze, non quelle dei mercati, ma quelle vere.

Verso una società diversa volge lo sguardo delle donne, dei giovani, dei lavoratori. Uno sguardo in cerca di una nuova porta verso un sistema che sia dalla parte dei popoli.

Il loro potere è maggiore di quello che comunemente si immagina, è il potere di quei senza potere, capaci di cambiare il mondo, raccontati da Havel.

TOBIN TAX PER “DISARMARE I MERCATI”

Angela Merkel lo aveva detto durante l’attacco degli speculatori all’Europa nel 2010 :

“Questa è una bataglia tra politici e mercati.”

“Ma io sono fermamente determinata, come penso lo siano i miei colleghi, a vincere questa battaglia. I nostri avversari sono gli speculatori. Per questo dobbiamo a mostrarci uniti.”

Il doppio binario franco-tedesco per fronteggiare la crisi finanziaria già il 6 maggio 2010 con una lettera congiunta inviata al presidente dell’Unione europea, Herman Van Rompuy, (che oggi viene indicato come presidente del supergoverno dell’economia europea) ,pubblicata da Le Monde, aveva indicato un’inversione di rotta, “Gli stati non devono essere costretti ad aiutare le banche. Si dovrebbe consentire il fallimento di una banca senza creare un rischio sistemico per tutto il settore finanziario”. Basta con i vasi comunicnti che mettono la crisi finanziaria tutta a carico di cittadini e stati.

Ora, un nuovo passo, l’introduzione della Tobin Tax che il premio Nobel per l’economia nel 1981, l’economista James Tobin aveva proposto nel lontano 1972.

Una tassa  sulle transazioni finanziarie, usata come strumento per STABILIZZARE i mercati e finanziare gli stati.  DAL 1972 AL 1997, è sparita, fino a riapparire in un articolo su Le Monde Diplomatique, “Disarmare i mercati”. Da almeno 14 anni la Tobin Tax è portata avanti dai movimenti NO GLOBAL. Nel 2009 Angela Merkel la porta sul tavolo del G20 di Pittsburgh.

Il Fatto a marzo riprendeva le fila della prospettiva europea per la Tobin Tax in occasione del voto al Parlamento europeo, votata a giugno dalla Commissione europea.

NON E’ PIU’ IL TEMPO DEI TITANI : L’ECONOMIA DEVE CAMMINARE A PASSO D’UOMO

7 milioni di dollari, 400 milioni di dollari odierni, diretti a tutta velocità contro un iceberg, era considerato inaffondabile, andò a picco durante ilviaggio inaugurale.

Nell’aprile 2009, il Fondo Monetario Internazionale ha stimato in 4.100 miliardi di dollari Usa il totale delle perdite delle banche ed altre istituzioni finanziarie a livello mondiale a causa della crisi del 2008.

Corrisponde ad un reddito annuo di 20.500 dollari per 200.000.000 di lavoratori.

A bordo  il biglietto di sola andata per New York, in prima classe, costava 3.100 dollari : circa 70.000 dollari odierni, quello di terza classe 32 dollari : circa 700 dollari odierni. Su 2228 persone a bordo, solo 705 sono sopravvissute. Del totale dei passeggeri di terza classe, se ne salvò solo un terzo.

La crisi finanziaria del 2008 si è trasormata in una crisi prima economica ed oggi sociale, niente scialuppe per la terza classe.

“All are victims of what people in Britain call “the cuts” — the government’s defunding of civil-society institutions in order to balance the nation’s books. Before the riots, the government had planned to cut 16,200 police officers across the country. In London, austerity means that there will be about 19 percent less to spend next year on government programs, and the burden will fall particularly on the poor.”

New York Times “Cameron’s Broken Windows”

GLOBALIZZAZIONE

“America is in many ways different from Britain, but the two countries today are alike in their extremes of inequality, and in the desire of many politicians to solve economic and social ills by reducing the power of the state.

Britain’s current crisis should cause us to reflect on the fact that a smaller government can actually increase communal fear and diminish our quality of life. Is that a fate America wishes upon itself?”

Richard Sennett, professor of sociology at the London School of Economics and New York University.
Saskia Sassen, professor of sociology at Columbia.

“Sono sul mare da ragazzo, ho navigato a vela, sono naufragato già un’altra volta, conosco i pericoli del mare. Ma questa è diversa.

Per l’imprevisto dell’iceberg?

No, per la sicurezza che avevamo. Anche ora che è successo stentiamo a crederci. Non mi sentirò mai più sicuro. Di niente.”

Che sia un iceberg o le scatole tossiche dei titoli derivati, quando si naviga convinti di essere inaffondabili, senza regole, senza paura, sopra tutto e tutti, prima o poi la corsa si ferma.

La titanica corsa al dominio degli imprevisti finisce con il diventare disumana.

SETTEMBRE

Questo non sarà un agosto di ferie per noi italiani.

I giorni di agosto ci separano da un settembre che fa paura, fa paura per la mancanza di azioni messe a frutto contro la crisi.

Fa paura per la mancanza di un progetto di crescita e di sviluppo, sono ormai troppe le finanziarie che hanno tagliato la crescita, l’innovazione e lo sviluppo.

Se la crisi viene messa sulle tavole delle famiglie italiane mentre la cricca è sempre più avida e vorace difficile immaginare un paese capace di uscire da quell’1% annuo di crescita, ovvero siamo fermi. Quando manca la crescita anche le finanziarie lacrime e sangue non possono nulla per diminuire il rapporto debito/Pil.

neoliberismo

“Il mondo non è stato benevolo nei confronti del neoliberalismo, quella miriade di idee basate sul concetto integralista che i mercati si autocorreggono, allocano efficientemente le risorse e servono bene l’interesse pubblico. È stato questo integralismo di mercato il presupposto stesso del thatcherismo, della reagonomics, e del cosiddetto “Washington Consensus” a favore della privatizzazione, della liberalizzazione e della risoluta concentrazione sull’inflazione da parte delle banche centrali indipendenti … Il fondamentalismo del mercato neoliberale è sempre stato una dottrina politica al servizio di determinati interessi. Non è mai stato sostenuto da una teoria economica, né e dovrebbe essere chiaro, ormai è supportato da un’esperienza storica. Apprendere una volta per tutte questa lezione potrà rivelarsi il piccolo raggio di sole in una nube scura che incombe ormai sull’economia globale.” Joseph Stigliz “La fine del neoliberismo” 7, luglio, 2008

Non si può arrivare a settembre in queste condizioni, troppo pericoloso in mezzo alla tempesta perfetta di cui parlano gli economisti, un elenco lungo di sintomi senza una diagnosi.

La diagnosi del rigore sta andando avanti da oltre tre anni e non ha portato lontano, chi paga sono le popolazioni, la classe media, le classi sociali più a rischio povertà. Aumentano le diseguaglianze e sparisce l’intervento pubblico, bloccato dal rigore che cancella i consumi e blocca la ripresa.

finanza 2008

“Gli storici del futuro guarderanno allibiti alla frenesia taglia-spese che colse le classi dirigenti nella primavera del 2010. In un fremito di panico inconsulto ed euforia irrazionale, organizzazioni internazionali come la Banca centrale europea e l’Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo abbandonarono improvvisamente tutto quello che avevamo imparato sull’economia (a caro prezzo) durante le precedenti recessioni e decisero che il rigore di bilancio era la strada da seguire per un mondo in preda alla recessione: anzi, molti sostenevano addirittura che i tagli alla spesa avrebbero avuto un effetto espansivo. “ Paul Krugman,”Quell’irrazionale frenesia di austerity che spazza via ciò che tutte le recessioni ci hanno insegnato”, Il Sole 24 Ore, 24, 09, 2010

Paul Krugman elenca tutti i passi falsi su cui in questi ultimi anni ha camminato l’economia :

L’altra diagnosi che da anni viene ripetuta nelle aule universitarie, dentro gli articoli dei premi Nobel, ma anche sulla bocca della gente, è troppo rivoluzionaria ?

Serve più stato e non meno stato, serve più spesa pubblica per far ripartire la società e la crescita, per correggere le diseguaglianze alla base dell’economia della crisi che su di esse specula e guadagna.

Joseph Stigliz :

Dobbiamo recuperare molte delle cose che sapevamo e che abbiamo dimenticato, per esempio, quando l’economia è debole la spesa pubblica stimola l’economia. “

“I modelli economici cui facevamo riferimento prima della crisi del 2008, non hanno né preannunciato la crisi, né ci hanno fornito gli strumenti per affrontarla, quando è arrivata. “

“Non siamo riusciti a riformare il sistema finanziario e la vulnerabilità è in un certo senso anche maggiore, mentre la nostra capacità di rispondere alla crisi è minore, per l’aumento del debito che è una conseguenza della crisi”

DIAGNOSI :

“Quello di cui oggi abbiamo bisogno è STIMULATION, la politica di controllo di bilancio non ha funzionato, finanziare la spesa pubblica è invece quello che serve, anche in momenti di austerity.”

Dopo un crollo dei mercati come quello del 2008, senza l’intervento pubblico che ha salvato banche e assicurazioni, cosa sarebbe successo ? Dopo il salvataggio economico è finito tutto lì. Gli attori della crisi sono rimasti “i padroni dell’universo” e gli stati sono tornati invisibili rispetto al governo dell’economia.

C’è una resistenza ultraliberista che in questi giorni è così ben espressa con tutti i suoi limiti di classe e di inadeguatezza dal movimento del Tea Party americano, vogliono il default della società.

C’è una contrapposizione tra economia e società nata negli anni reganiani che dopo il crollo del muro di Berlino ha occupato tutto lo scenario politico, economico e sociale. Uscendo da questa dicotomia si esce dalla crisi.

“Le certezze della prima modernità – quali piena occupazione, Stato nazionale e sociale, sfruttamento – si stanno esaurendo. Ciò che si sta delineando è una società mondiale fondata sul rischio. Stiamo entrando in una seconda modernità, contraddistinta dall’informatizzazione, dalla globalizzazione, dalle crisi ecologiche, ma soprattutto da un radicale mutamento del mondo del lavoro. Nell’arco di un decennio il mondo del lavoro subirà – di fatto sta già subendo – trasformazioni tanto radicali che intaccheranno le basi dello stato sociale e della democrazia. E’ necessario individuare un nuovo modello sociale a cui affidare il compito di sostituire quello che ha dominato la seconda parte del Novecento.” Ulrich Beck,“Il lavoro nell’epoca della fine del lavoro. Tramonto delle sicurezze e nuovo impegno civile “

Una contrapposizione tra Stato, burocrazia, ospedali, scuole, servizi sociali, pensioni, ma anche tribunali e università, centri di ricerca e cultura, innovazione e sviluppo e “libero mercato” , non quello di cui parla il pensiero liberale, un’altro mercato, il mercato fuori da ogni regola, che aggira le autorità preposte al suo controllo, proprio come è accaduto prima del crollo dei mercati del 2008.

E allora il nemico della crescita e dello sviluppo non è certo lo stato che ha aperto il portafoglio per salvare quell’economia. Ora serve mancato il passo successivo :  aprire il portafoglio non al vecchio, ma al nuovo, aprire a nuove linee di sviluppo di un’altra economia.

Siamo ancora sul sentiero dell’economia della crisi e da lì dobbiamo uscire.

Nelle sue considerazioni finali, Mario Draghi :

“O perché hanno ricevuto aiuti pubblici, necessari nel momento più acuto della crisi a evitare fallimenti dalle conseguenze devastanti, o perché gli Stati hanno loro offerto garanzie più o meno esplicite, diffusa è la convinzione che le banche più grandi non possano fallire.

Ne derivano serie distorsioni alla concorrenza ma soprattutto il fatto inaccettabile che i guadagni spettano ai privati, le perdite alla collettività.

DEBITI DEGLI STATI INDUSTRIALI AVANZATI ED ECONOMIA GLOBALE VISTO DA NOURIEL ROUBINI

Per concludere :

1) FISCAL POLICY : uso della spesa pubblica per influenzare l’economia.

2) Il settore finanziario deve essere sottoposto ad un nuovo sistema di controllo : la finanza della crisi è slegata dall’economia reale.

3) Sciogliere il nodo dell’ECONOMIA GLOBALE.

Per chi ha ancora il coraggio di leggere, ascoltare, riflettere sulle nuove idee per una nuova economia, la strada è tutta in salita, tra il recupero di ciò che sapevamo di cui parla il prof. Stigliz e il disegno di nuove regole per un’economia globale. In mezzo alle voci più innovative restano ancora i giochi dei Gattopardi della Crisi, che continuano indisturbati a giocare sul tavolo della roulette globale, con i nostri soldi.


NO AD UNA POLITICA IN RITARDO SULL’ECONOMIA

Abbiamo il dovere di trovare un linguaggio nuovo per squarciare il silenzio assordante, su quello che sta accadendo, sull’attacco alla dignità dei lavoratori, sulla cecità di una politica economica che continua ad essere  in ritardo sull’economia.

Per costruire una ripresa che non ci sarà senza il cambiamento, è necessario, oggi, che la politica  recuperi il ritardo degli ultimi venti anni e si dimostri in grado di anticipare l’economia.

Ecco perchè :

GLOBALIZZAZIONE

La crisi economica dalle piazze finanziarie, nel 2010, sta passando alle piazze quelle vere, di quelli Stati, talmente strappati alla loro reàltà sociale e civile da essere chiamati Pigs o Piigs.

La politica non deve aspettare che siano le piazze, quelle vere, a riempirsi di titoli tossici, che dopo aver avvelenato le piazze finanziarie, cercano di avvelenare le nostre piazze, perchè l’economia della crisi è nata e prospera sui massimi squilibri, economici e sociali, su cui la speculazione ottiene i massimi profitti.

Se la politca non interviene,

  • non aprendo il portofaglio, come ha fatto nel 2008, per salvare le banche e le assicurazioni,

  • ma aprendo la mente

ad un nuovo modello di sviluppo sostenibile in termini sociali ed ambientali,

capace di superare il pensiero unico ultraliberista, spazzato via dall’uso che ne ha fatto

la finanza speculativa,

la fine della crisi resterà un miraggio,

come in questi ultimi due anni,

sempre intravisto, ma mai reale.

La politica in questi ultimi anni è diventata  immagine e potere e sempre meno pensiero e contenuti. Si cerca il consenso immediato senza il coraggio di porre i problemi complessi, come copmplessa è la società e l’economia del XXI sec., e di trovare soluzioni complesse e sinergie istituzionali nuove, per esempio con il livello europeo, per affrontare quelle “discariche di problemi concepiti e partoriti a livello globale” che sono diventate le nostre vite quotidiane.

Preparatevi ad annoiarvi oppure a mettere in discussione la piega che il rapporto tra politica ed economia  ha preso nei decenni della globalizzazione.

Vorrei addentrarmi in una riflessione  su come la politica abbia scelto di abdicare all’economia, parte determinante, del suo ruolo di programmazione economica e sociale, adducendo la globalizzazione come scusa per giustificare una perdita di ruolo, che è stata prima di tutto, una mancanza di pensiero e di intervento sulla globalizzazione, comprensibile venti anni fa, molto meno dieci anni fa, assolutamente ingiustificabile dopo il 2008.

Oggi, su La Repubblica, è uscita una interessante riflessione firmata da Ulrich Beck, sui rapporti tra politica ed economia, tra politica e globalizzazione, di cui vorrei citare i tratti più significativi. E’ da tempo che il sociologo tedesco è un riferimento nel dibattito sulla globalizzazione, ci aveva avvisato per tempo, attenzione, prima o poi la globalizzazione ci presenterà il conto. Il problema è che il conto è lungo e si autoalimenta, dal 2008 al 2010, dalle piazze finanziarie alle piazze delle nostre città, in un circolo chiuso tra globalizzazione e speculazione.

“E’ saltata l’alleanza tradizionale tra l’economia di mercato e lo Stato sociale, come dice Ulrich Beck, un’alleanza che ha sorretto per decenni il diritto, le istituzioni, la politica, la legittimità stessa delle classi dirigenti che si alternavano al comando, in una parola la forma pratica e quotidiana della democrazia occidentale.” Ezio Mauro su La Repubblica.

Joschka Fischer  “nessuno può fare politica contro i mercati”

Nei venti anni trascorsi, questa abdicazione, ha caratterizzato la politica economica dei Governi nazionali, ha affidato al pensiero unico ultraliberista le sorti dell’economia. Il risultato è stato una bomba ad orologeria che la finanza speculativa, del tutto indisturbata, ha confezionato per i mercati mondiali.

“I politici si consideravano come pedine di un gioco di potere dominato dal capitale che agisce a livello globale”

“Da un lato si assume che la classe politica con il suo stesso agire abbia causato la sua presunta incapacità di agire: essa, cioè, avrebbe imposto a livello nazionale, come “politica riformista”, le regole dei mercati globalizzati”. In questo modo essa avrebbe prodotto “il destino della globalizzazione”.”


“Il capitale globale consegue il suo potere “inattaccabile” solo allorchè la politica persegua attivamente la sua autoeliminazione”.”

“Dall’altro, l’impotenza che la politica deve addebitare a sé stessa serve da pretesto per respingere la presione ad agire”

“Dal momento che non ci sono e non ci possono essere risposte politiche globali alle conseguenze della globalizzazione, NON C’E’ NIENTE DA FARE”

Questo pecorso di “autoeliminazione” della politica comincia venti anni fa. Dieci anni fa, fino ad oggi, si innesca un altro meccanismo, tutt’altro che virtuoso, la tendenza della politica di “suscitare aspettative la cui irrealizzabilità è palese”.   E veniamo ai vertici internazionali, G8, G20 e quant’altro.

“Prima di un vertice del G20 si chiede a gran voce un qualche tipo di tassa globale sui mercati finanziari, ben sapendo che essa non ha nessuna possibilità di essere applicata”

“SI APRE UN’INTERNAZIONALE SEPARAZIONE TRA IL PARLARE E L’AGIRE”

IL PRETESTO DEL NON POTER FARE E’ STATO SMENTITO DAGLI INTERVENTI DEGLI STATI NAZIONALI NEL 2008 PER SALVARE LE BANCHE E LE ASSICURAZIONI IN DEFAULT

“Si è manifestato per un istante mondiale il plusvalore politico”

Come si passa da un “istante mondiale” ad un intervento mondiale del plusvalore politico sull’economia ai tempi della globalizzazione?

Secondo Ulrich Beck, attraverso il superamento dell’ “ontologia nazionale”,                                                                                         di “un’autoillusione nostalgica che assolutizza la dimensione nazionale”.

Strettamente collegata all’autoillusione nazionale è l’autoillusione neoliberista. L’articolo passa in rassegna i limiti dell’ “autoillusione neomarxista” e dell’ “autoillusione tecnocratica”,  in una lunga analisi che evidenzia il bisogno di certezze radicate nei “dogmi del passato”  piuttosto del coraggio di progettare il cambiamento, di riconoscere il bisogno di un ripensamento  delle categorie ontologiche di una politica che deve essere in grado di guardare avanti,                                     E DI ANTICIPARE L’ECONOMIA, che sulle debolezze della politica ha costruito il suo lasciapassare globale.

“La politica nazionale nell’era globale riuscirà a svolgere la sua funzione plasmatrice e a recuparare credibilità solo nelle forme della cooperazione trasnazionale. ( Ue !)”

GLOBALIZZAZIONE

E allora più Europa e non meno Europa

per portare l’identità politica e sociale dagli stati membri

dentro la realtà economica della globalizzazione.

europa

VERSO UNA NUOVA ECONOMIA : ABBATTIAMO GLI IDOLI DELL’ULTRALIBERISMO

“Coloro che dettano al mondo la politica economica – banchieri, finanzieri, ministri – si comportano come sacerdoti di oscuri culti antichi, e chiedono, ad ogni svolta, ad ogni evento che chiamano “cambiamento”, dei sacrifici umani, come per placare la rabbia di un dio invisibile”altrimenti “ come spiegare che tutto ciò che questi sacerdoti impogono porta continui tagli di bilanci, la disoccupazione che cresce, la Borsa che cade, la gente stordita da nuove rinunce – perdita della casa, della scuola, del lavoro – che non portano frutti ? Per questo, io chiedo : quando finiremo di fare sacrifici umani al dio di una elite di presunti esperti che sta rovinando il mondo e ci dedicheremo a sanare l’economia? “

Paul Krugman, premio Nobel per l’Economia del 2008 , New York Times 21 agosto 2010

The fall of Wall Street is for market fundamentalism what the fall of the Berlin Wall was for communism

“Oggi l’economia è andata a rotoli insieme, si può sperare, al paradigma economico che prevaleva negli anni prima della crisi.”

JOSEPH STIGLIZ

MERKEL-SARKOZY, ROMPONO IL SILENZIO DELLA POLITICA : LA SFIDA AI MERCATI, “E’ UNA BATTAGLIA E NOI LA VINCEREMO”

Finalmente, la patinata diplomazia europea abbandona la prudenza e risponde con decisione all’attacco dei mercati, non è una quastione finanziaria ma una battaglia che i governi europei sono chiamati a vincere.

Questa è una bataglia tra politici e mercati.”

“Ma io sono fermamente determinata, come penso lo siano i miei colleghi, a vincere questa battaglia.I nostri avversari sono gli speculatori. Per questo dobbiamo a mostrarci uniti.” Angela Merkel

Angela Merkel e Nicolas Sarkozy in una lettera congiunta, pubblicata sul sito di Le Monde, indirizzata al presidente dell’Unione europea, Herman Van Rompuy e a quello della Commissione europea, Manuel Barroso non lasciano dubbi :

«La decisione delle agenzia di rating di abbassare il rating della Grecia prima del programma del governo e prima che fosse noto l’ammontare del piano di aiuti, ci spingono a riconsiderare il ruolo delle agenzie di rating nell’espandersi della crisi».

“L`euro è una grande conquista dell`Unione di cui tutti hanno beneficiato. Siamo impegnati a preservarne forza, stabilità e unità» .


7 MAGGIO 2010 VENERDI’ NERO, 440 MILIARDI DI EURO IN FUMO, 2008 USA -2010 EUROPA, CI RISIAMO , STESSI ATTORI STESSE SPECULAZIONI

LO SPETTRO DELLE BANCAROTTE SOVRANE SI AGGIRA PER L’EUROPA .  E’ UNO SPETTRO PRONTO A RACCOGLIERE I PROFITTI DELLA PAURA CHE, PUNTUALMENTE, SPARGE A COMANDO TRA I MERCATI FINANZIARI GLOBALI , ED ORA, ANCHE NELLE PIAZZE E NELLE STRADE TRA LE POPOLAZIONI, RIDOTTE A VITTIME SACRIFICALI DI UN ATTACCO GLOBALE ALLA SOCIETA’ ED ALLA POLITICA, INCAPACE, QUEST’ULTIMA, DI ANTICIPARE ED ANNULLARE LO STRAPOTERE DI UNO SPETTRO AD OROLOGERIA, PUNTUALE E PREVEDIBILE MA LIBERO DI AGIRE.

CHI E’ IN GRADO DI IMPEDIRE CHE LA GRECIA DIVENTI “LA LEHMAN DELLE NAZIONI”, COME DA COPIONE,  SCRITTO NEL 2008 CON LA REGIA DEGLI HEDGE FUNDS ,LASCIATI LIBERI DI FAR DETONARE AD OROLOGERIA GLI SPETTRI DELLA PAURA E DEL PANICO FINANZIARIO E SOCIALE  ?

Stessi attori e stesse azioni, 2008- 2010 : è arrivato il momento che la politica smetta di ignorare i doveri che ha nei confronti delle popolazioni, altrimenti rischiamo di arrivare troppo tardi, quando non resta altro da fare che chinare la schiena allo schema dell’economia speculativa che si ripete creando un’iperbole che dal disordine dei mercati arriva al disordine sociale per esautorare ogni possibile azione economica dei governi nazionali.

Non possiamo consegnare la pace sociale europea nelle mani degli hedge funds, facendo finta di ignorare che da due anni a questa parte non è stato fatto nulla per predisporre misure necessarie ad impedire il ripetersi dei default del 2008, soprattutto di quei meccanismi occulti che ne hanno permesso l’uso speculativo a favore degli stessi che oggi, speculano non più solo sul panico dei mercati ma anche sul panico delle piazze, vere, non finanziarie, quelle dove la gente muore, vittima di una politica che non ha saputo proteggerli.

Gli hedge funds, usando lo strumento dei Credit default swaps (Cds), proprio come due anni fa, quando gli stessi “derivati assicurativi” permisero a Goldman Sachs di lucrare sul tracollo dei subprime, stanno dettando le condizioni di un nuovo attacco speculativo. 8 febbraio 2010, arriva l’ormai diventata “famosa” cena segreta a Wall Street, dove il cosiddetto, club degli hedge fund, dà il via alla nuova fase, l’attacco all’intera eurozona. Di fronte ad una così devastante capacità speculativa, che va oltre le valutazioni economiche, attaccando le più alte istituzioni democratiche, l’Europa, perchè si è aspettato tanto a predisporre un piano di salvataggio dell’euro?

L’azione della politica, nazionale ed internazionale,  non deve ridursi al mantenimento dell’ordine pubblico dopo che l’economia avrà spazzato via la pace sociale, ultimo tassello del noto copione 2008-2010, necessario per vincere indisturbata la scommessa sul default dei debiti sovrani.

La politica deve intervenire ora, deve intervenire su questa economia, ecco, il tabù da infrangere.

Con l’attacco speculativo ai debiti sovrani serve una risposta politica, non servono i polizziotti nelle strade quando ormai è troppo tardi, ma serve una nuova politica economica capace di fermare gli attacchi speculativi volti a sovvertire gli equilibri delle democrazie liberali innescando la miccia di un domino finanziario globale che sta impoverendo ed indebolendo gli stati sovrani guadagnando cifre astronomiche puntando sul panico dei mercati, dopo averlo creato ad arte.

Se la politica, europea e dei singoli stati non è in grado di fermare all’origine un progetto di attacco agli equilibri sociali degli stati che si basa su un uso speculativo dei deficit sovrani, ci restano i polizziotti nelle strade e nelle piazze a fermare le popolazioni ridotte a Pigs, abbandonate alla furia speculativa della forza trasnazionale degli hedge funds, con lo strapotere di una liquidità, che resta invisibile finchè non sferra l’attacco, per  raccogliere indisturbata, tra le rovine, i massimi profitti, che sono proporzionali ai massimi squilibri.

Abbiamo di fronte un attacco speculativo che sta uscendo dai mercati per speculare sugli squilibri sociali, sulla fragilità politica . Le diseguaglianze, territoriali e sociali, l’aumento della disoccupazione, la mancanza di valore del lavoro e della qualità della vita sono le basi su cui è nata e si è consolidata l’economia del default, massimi squilbri da cui nascono i profitti dell’economia del default, il default degli altri ed i massimi profitti dei manovratori della paura, nessuna misura è stata presa per sciogliere come neve al sole lo spettro finanziario che arricchisce pochissimi e distrugge la crescita e lo sviluppo delle nazioni e dei popoli.

Nel 2008, per salvare le grandi banche sono stati spesi miliardi di euro, mentre , oggi, per salvare un paese di oltre dieci milioni di abitanti, si è aspettato che fosse troppo tardi !

L’EUROPA DEI POPOLI E’ OGGI L’UNICA ANCORA DI SALVEZZA DELL’EUROPA DELL’EURO. Può questa crisi spazzar via quei localismi che fino ad oggi ci hanno fatto sentire meno europei di quello che in realtà dobbiamo diventare per salvare la cultura sociale e liberaldemocratica europea ? ORA O MAI PIU’.

L’Europa deve “implementare le riforme istituzionali, inclusa la necessaria impalcatura fiscale, che avrebbero dovuto essere realizzate contestualmente al lancio dell’euro. Non è troppo tardi perché l’Europa attui queste riforme e si dimostri all’altezza degli ideali basati sulla solidarietà su cui poggiò la creazione dell’euro. Se l’Europa però non è in grado di farlo, forse è meglio che ammetta il fallimento e vada oltre, piuttosto che far pagare, nel nome di un modello economico carente, un alto prezzo in disoccupazione e sofferenza umana.” Joseph E. Stglitz

Copyright: Project Syndicate, 2010

“KLEFTES KLEFTES” “LADRI LADRI” L’ECONOMIA, la POLITICA, il POPOLO : I DISORDINI SOCIALI SERVONO ALL’ECONOMIA DEL DEFAULT.

L’ECONOMIA che ha trasformato il mercato in una roulette finanziaria dove il banco vince sempre , la POLITICA che ha giocato con i conti pubblici e si è dimenticata delle infrastrutture e del futuro, ed il POPOLO che ha fatto finta di credere alle bugie della politica e dell’economia ed ha tirato a campare.

Chi sta dettando le regole  per uscire dalla crisi ? Siamo davvero sicuri di non essere in balia dei gattopardi della crisi finanziaria del 2008 ?

Una certezza c’è, quando si parla di sacrifici, l’attore diventa uno solo, il POPOLO.

L’accusa di salvare le banche risale al 2008, solo salvando i colossi bancari e assicurativi, i protagonisti attivi del default, si può salvare l’economia.

E’ davvero l’unica strada, oppure la politica in questi anni poteva salvare anche i lavoratori ed il lavoro, investire di più sulla pace sociale, il futuro e l’innovazione?

Chi sono le vere cicale di questa storia, cicale che entrate in casa della formica hanno fatto razzia, distrutto e depredato i frutti del lavoro e poi sono uscite indisturbate pronte a far visita alla prossima formica ? E la formica, rimasta senza casa e senza provviste, deve anche accettare la cura dettata dalla cicala tronfia e vincitrice ?

Si, il conto da pagare è rimasto sul tavolo della formica, stipendi e salari non spariscono nei fondi offshore, in mezzo ai flussi dell’economia speculativa, sono gli unici soldoni che si trovano in giro, la casa della formica è dall’altra parte della strada non nei Paradisi Fiscali dove spariscono tutte le “virtù” dell’economia del default !

Tagliare salari e stipendi già al limite della sopravvivenza, sono l’unico modo per salvare un Paese dal default? E’ tutto quì il risultato dei massimi economisti mondiali?

I nostri destini sono affidati alle decisioni di una nuova economia estranea ai meccanismi della crisi finanziaria del 2008, capace di guardare lontano e di portarci lontano dai meccanismi del default, oppure siamo nelle mani del banco che vince sempre, degli stessi manovratori della crisi, di quelli che da più parti, ormai, vengono chiamati i “gattopardi della crisi” ?

Fino ad oggi si sono salvati i colossi del default e si è lasciato il conto da pagare alla società, senza sostenere i costi al limite della sopravvivenza con un programma economico capace di legare i sacrifici ad una nuova economia, ad un nuovo progetto di crescita e di sviluppo, neanche il popolo bue è così bue da credere che non ci sia un’altro modo per affrontare la crisi, con sacrifici anche più pesanti, ma dentro un progetto nuovo, non dentro allo stesso percorso che ha portato diritti dentro al baratro, soprattutto non si possono chiedere lacrime e sangue senza cambiare niente, usare le lacrime ed il sangue per non cambiare niente, questa è la filosofia dei gattopardi del default, una filosofia che lucra sui disordini sociali, non dimentichiamolo mai!


L’ Europa dei Popoli contro le speculazioni dell’economia del default

“La zona euro accusa fin d’ora un ritardo di crescita rispetto alle altre grandi regioni del mondo, sia per mancanza di coesione che per eccesso di ortodossia dottrinale. Anziché avvantaggiarsi di una finanza pubblica più sana che altrove, l’Ue spende tutte le sue energie per far quadrare i conti del passato, invece di costruire il futuro. Tutto questo rassomiglia in maniera sorprendente a una «congiura degli imbecilli », per riprendere il titolo in francesedel bel  romanzo di John Kennedy Toole.”

JEAN-PAUL FITOUSSI, La Repubblica 3 maggio 2010

UOMINI E POPOLI RIDOTTI A PIGS, LA NUOVA SCHIAVITU’ .

PORTOGALLO, IRLANDA, GRECIA , SPAGNA : L’ECONOMIA SPECULATIVA ATTACCA I TITOLI SOVRANI EUROPEI E L’EUROPA DEI POPOLI RESTA IN PANCHINA.


L’ economia del default è ancora il principale protagonista dei mercati finanziari mondiali, la storia del crack 2008-2009 non è ancora finita e soprattutto, nessuno ha ancora messo la parola fine ad un disegno speculativo che dalle banche è ora passato ai titoli sovrani degli stati europei più deboli, i Pigs.

L’economia del default schiaccia la solidarietà tra le persone e tra i popoli, un’economia dell’ homo homini lupus che riduce lavoratori, famiglie, interi popoli ai Pigs di una realtà di tutti contro tutti a vantaggio unico degli speculatori che attaccano l’Europa dei popoli, l’economia della crescita per aprire l’autostrada di un’economia della paura e della solitudine, del panico finanziario e sociale.

Ieri, una manciata di minuti prima della chiusura dei mercati, Standard & Poor’s ha sancito anche il declassamento della Spagna.

Proprio Standard & Poor’s, una delle agenzie di rating che continuavano a dare alti rates ai titoli del default, sono state le protagoniste della crisi del 2008 e lo sono oggi di una crisi ancora più buia, un attacco all’economia tout court.

C’è qualcuno ancora in grado di fermare la degenerazione di un’economia in cui i rates guidano il default, nel 2008, negando la crisi e nel 2010 anticipandola rendendo vano ogni intervento ?

Si attacca l’Europa per indebolire l’ultimo baluardo dello stato sociale, di quella barriera di solidarietà istituzionale che non riduce i deboli a Pigs ma crea le condizioni sociali per combattere l’isolamento e promuovere lo sviluppo dal basso verso l’alto e non dall’alto sulla schiena piegata dalla paura e dall’ esclusione dei più deboli, isolandoli diffondendo uno terrore strisciante ed insidioso del contagio della debolezza e della povertà .

Chi casca in questa trappola della paura della debolezza, non si rende conto di essersi appena messo in fila per diventare il prossimo ad essere isolato e rinchiuso nel gruppo dei Pigs.

Gli hedge funds, le agenzie di rating sono i protagonisti, di ieri e di oggi, di un attacco all’economia. Usano la massima debolezza dei mercati, il panico, per indirizzare il nostro futuro sull’autostrada di un’economia di pochi contro tutti, lontano da un’economia capace di creare crescita, sviluppo e benessere.

Hanno iniziato a giocare a domino nel 2008 e nessuno li ha ancora fermati. Noi, la società, siamo le caselle che cadono una dopo l’altra, le schiene che si piegano, il futuro che diventa sempre più schiacciato verso il basso.

La politica cosa sta facendo ?

Quale politica e quali istituzioni possono fermare questo attacco globale alla società civile ?

SENZA INVESTIMENTI SU SVILUPPO, OCCUPAZIONE E REDDITI CI ASPETTA UNA “CRESCITA SENZA OCCUPAZIONE”

La ripresa di cui tanto si parla, se e quando comincerà a farsi sentire, non coinciderà necessariamente con nuovi posti di lavoro.

ECONOMIA SOSTENIBILE

Sarà una ripresa senza nuova occupazione a meno che non si intervenga sul mercato del lavoro con incentivi e politiche occupazionali a lungo termine.

Senza una mirata politica occupazionale non ci sono reali prospettive di nuovi posti di lavoro, ci aspetta quella che viene definita una “crescita senza occupazione”.

In Italia gli incentivi all’occupazione, rispetto ad altri Paesi europei, sono pochi e poco efficaci.

La debolezza del mercato del lavoro italiano rispetto a quello europeo è evidente anche sul piano dei redditi, nell’ultimo rapporto dell’Eurispes ‘Italia 2010’ , l’Italia è al ventitreesimo posto tra i Paesi dell’Ocse se si considera il il salario medio netto annuo percepito da un cittadino italiano, pari a 14.700 euro, mentre negli altri paesi europei le retribuzioni nette annue sono del 20%-30% più alte, si aggirano in media intorno ai 25.000 dollari, Germania (29.570), Francia (26.010), Spagna (24.632) .

Raggiungiamo invece i primi posti, il sesto, per il cuneo fiscale, la differenza tra costo del lavoro e retribuzione netta, che in Italia arriva a pesare – nel caso di un lavoratore dal salario medio single e senza figli – per il 46,5% .

Le famiglie italiane stanno  reggendo all’urto della crisi  grazie soprattutto agli “ammortizzatori sociali familiari”, la “solidarietà parentale”, che tampona gli effetti immediati della crisi, ma ne determina di nuovi, incide negativamente sulla mobilità sociale e non aiuta lo sviluppo e la modernizzazione del mercato del lavoro, si fonda su passati diritti invece di creare e difendere quelli attuali.

Oggi, sono le famiglie in cui entrambi i partner lavorano che, in Italia come in Europa, sono in grado di reggere gli effetti della crisi, il problema italiano sono le basse percentuali del lavoro femminile, quindi il minor numero di famiglie italiane, rispetto a quelle europee, in grado di arrivare alla fine della crisi indenni .

Un esempio concreto di come la mancanza di una vera politica di sostegno alle famiglie ed ai redditi incida a 360° sull’economia e su un  mercato del lavoro, che in Italia è un mercato sempre meno giovane e sempre meno rosa.

Un dato su tutti, solo un venticinquenne su 4 lavora in Italia e quando è impiegato è sempre precario.

Una donna su cinque in Italia lascia il lavoro dopo la nascita del primo figlio. Questo aspetto non è rilevante solo dal punto di vista della parità di genere, ma esercita delle conseguenze che sono negative in termini di crescita economica e di stato del mercato del lavoro. Si tratta di una pluralità di effetti negativi che pesano sullo stato dell’occupazione in Italia e sulla capacità delle famiglie di reggere la crisi.

Il Trattato di Lisbona traccia una “road map” , una tabella di marcia per la parità tra donne e uomini, il tasso percentuale dell’occupazione femminile tra i 15 ed i 65 anni in Italia è del 47,2%, 11 punti in più rispetto al 1993, ma 13 in meno rispetto agli obbiettivi del Trattato di Lisbona.

L’ostacolo maggiore che si pone tra le donne ed il lavoro è quello dell’impegno familiare.

Se prendiamo in esame le donne tra i 35 ed 44 anni, quelle non sposate hanno tassi di occupazione più alti,  l’87% per le donne non sposate, il 72%, per le donne che sono in coppia ma non hanno figli , il 52% per le donne che vivono in coppia ed hanno figli, tra queste ultime il tasso di occupazione si abbassa con l’aumentare del numero dei figli, con un solo figlio il tasso di occupazione è il 64%, con due o più figli scende al 34%. Su questi dati incide anche l’area geografica, (1 caso su 6 sono le donne che lasciano il lavoro al centro nord, ed 1 su 4 al sud), ed il livello di istruzione, (1 su 3 con licenzia media, 1 su 13 per le laureate). 

ITALIA CENTRALE E ITALIA PADANA : DUE SISTEMI A CONFRONTO

C’è un filone del pensiero economico italiano che sta guardando alle radici dell’economia di mercato e soprattutto ai suoi prodromi nell’Europa meridionale, in particolare l’Italia, del XIII e XV secolo.

Silvia Marroni

Non deve apparire una speculazione filosofica, è uno studio tecnico del rapporto tra la civiltà cittadina e la nascita dell’ economia che dal XIII secolo  si sviluppa fino al XVI sec. quando, con la scoperta del Nuovo Mondo, l’asse dell’economia mondiale si sposta dal Mediterraneo all’Atlantico ed il baricentro, si sposta a Nord, verso il pensiero calvinista e hobbesiano.

Silvia Marroni

Il rapporto tra Stato ed economia è tema centrale del pensiero economico, prendere in esame il periodo dei comuni italiani del XIII fino al XVI secolo significa aggiungere un tassello da una prospettiva “pre-liberista” e potenzialmente innovatrice per quanto riguarda il ruolo delle imprese e del mercato, intesi come centro di scelte civili e civilizzanti, di crescita sociale e civile.

Silvia Marroni

In questo senso il “sistema rosso” dell’Italia Centrale, rispetto al “sistema verde padano” del “laissez-faire” finchè mi fa comodo, dei “dazi” in campo economico e del “primato dei lumbard” in campo sociale, appare più innovativo, un laboratorio economico e sociale di investimento nella pace sociale e nella crescita della qualità della vita.

Per superare una crisi economica che come un domino ha travolto tutti i mercati mondiali, annullando  in un istante le distanze geografiche ed economiche, c’è bisogno di una nuova alleanza basata sulla “responsabilità civile” che sia in grado di consolidare un nuovo patto sociale. Un progetto civile, politico ed economico che in una visione di reciprocità del rapporto tra economia, società e ambiente sia capace di imporre un processo innovativo dei rapporti tra istituzioni ed economia .

LE TESTE PIENE DI EDGAR MORIN :

“Il pensiero è un dinamismo dialogico ininterrotto, una navigazione tra Scilla e Cariddi verso le quali la trascina ogni egemonia di uno dei processi antagonisti.”

In un sistema globale non possiamo più permetterci “teste piene” ma sono sempre più necessarie le “teste ben fatte” di cui parla Edgar morin, l’autore della citazione.

Una “testa piena” è “una testa nel quale il sapere è accumulato e non dispone di un principio di selezione e di organizzazione che gli dia senso”  una “testa ben fatta”,  invece, comporta “un’attitudine generale a porre e a trattare i problemi secondo principi organizzatori che permettano di collegare i saperi e di dare loro senso”.

La separazione delle discipline rende incapaci di cogliere “ciò che è tessuto insieme”, cioè, secondo il significato originario del termine, il complesso.”

Edgar Morin

La reciprocità e l’istantaneità delle conseguenze dei mercati globali impone, da una parte una realtà locale radicata territorialmente per essere forte e propositiva a livello globale e dall’altra  un nuovo sistema di controllo e regolamentazione internazionale e sovranazionale che parta proprio dalla reciprocità del rapporto tra economia, società e ambiente superando l’autoreferenzialità del pensiero unico economico del default.

LA NUOVA ECONOMIA DI UNO SVILUPPO A PASSO D’UOMO

un nuovo modello di sviluppo

Solo partendo dalla consapevolezza della gravità dell’attuale crisi economica, possiamo pensare al futuro, l’unico ottimismo che possa produrre effetti su una crisi cosi endemica e globale è l’ottimismo di chi riesce a credere che le grandi crisi, come quella che stiamo vivendo, devono mobilitare tutte le energie migliori delle società e delle classi dirigenti verso un unico obbiettivo : ricostruire le basi sociali, economiche e politiche per progettare il futuro.

un nuovo modello di sviluppo

La spinta all’innovazione è globale come globale è la crisi economica. Stiamo vivendo uno di quei momenti storici in cui ci sono tutte le condizioni per scegliere una strada nuova. E’ giunto il momento di porsi una domanda : chi vuole prendere questa strada? Chi sarà parte di questa spinta al rinnovamento? Chi vuole davvero uscire dal cortile di una politica che riproduce solo sé stessa?

economia un nuovo modello di sviluppo

Le diseguaglianze, territoriali e sociali, l’aumento della disoccupazione, la mancanza di valore del lavoro e della qualità della vita sono state le basi su cui è nata e si è consolidata l’economia del default.

economia un nuovo modello di sviluppo

L’occupazione, il livello dell’educazione scolastica, lo stato della sanità, il livello dei prezzi e dei servizi, la giustizia e la pace sociale, la libertà d’informazione, l’ambiente sono tutti parametri che misurano lo stato di salute di un Paese, variabili che non entrano nelle statistiche convenzionali, come il Pil, ma sono la misura del progresso, che si muove alla velocità di uno sviluppo a passo d’uomo, l’unico sviluppo che non crolla in un attimo sotto le macerie delle scatole cinesi delle borse mondiali.

economia un nuovo modello di sviluppo

Lo Stato Sociale appartiene alla tradizione liberale, ancor prima che socialdemocratica dell’Europa, i principi della solidarietà sociale sono parte dell’ identità europea, mantenerli attuali rappresenta una sfida per l’affermarsi di un’Europa dei popoli, di un comune sentire europeo, di una scelta di cittadinanza e di civiltà.

economia un nuovo modello di sviluppo

E’ a questa identità che stanno guardando gli Stati Uniti, che affrontano la peggiore crisi economica della loro storia con uno sguardo all’Europa della sanità pubblica e degli ammortizzatori sociali, intesi come, strumenti attivi di ripresa economica, di pace sociale e di sviluppo.

economia un nuovo modello di sviluppo

Difendere i diritti dei lavoratori contro le speculazioni che minano le fondamenta dell’economia di un Paese, significa credere in una nuova economia che non crolla sotto il peso della finanza ma cresce con il valore del Lavoro e delle imprese capaci di far diventare il Mercato anche il centro di scelte civili e civilizzanti, di crescita sociale e civile.

un nuovo modello di sviluppo

Investire in scuola, formazione e ricerca significa investire nel futuro, il “rendimento” della conoscenza, dell’innovazione e della ricerca sono la chiave della nuova economia.

un nuovo modello di sviluppo

La nostra economia è sempre di più un’ “economia della conoscenza”, il motore dell’economia viene alimentato dalla produzione e circolazione delle conoscenze. Quando la conoscenza diventa una materia prima, si deve da una parte investire in conoscenza e dall’altra favorirne la libertà di circolazione e di accesso, per garantire che la conoscenza da materia prima non diventi una merce.

un nuovo modello di sviluppo

La conoscenza è per sua stessa natura, e deve continuare ad esserlo, un bene comune e collettivo che cresce proporzionalmente alla sua condivisione, per questo sono determinanti quelle forme di propagazione della conoscenza, (creative commons, open source, fair use) che si fondano sulla creazione di canali comunitari di condivisione piuttosto che su una brevettabilità diffusa.

un nuovo modello di sviluppo

Il cambiamento parte dai comportamenti quotidiani di milioni di persone e da un Governo capace di promuoverli con una politica che esprime la forza innovatrice delle migliori energie del Paese.

Ci vuole coraggio, coerenza, idee e speranza perchè il mondo sta cambiando e mai come oggi le opportunità di costruire un futuro migliore attraversano da Nord a Sud tutto il globo.

Virtù e Conoscenza

“fatti non foste per viver come bruti,ma per seguir virtute e conoscenza….”
Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno Canto XXVI

Un Futuro a Passo d’Uomo

“Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un folle, oppure un economista.

Kenneth Boulding

SOSTENIBILITA’ e RESPONSABILITA’ : ETICA CIVILE IN POLITICA, IN ECONOMIA e NELLA SOCIETA’

“Lasciatemi affermare la salda convinzione che l’unica cosa di cui dobbiamo aver paura è la paura.” Franklin Delano Roosevelt.

E’ invece la paura che sta attraversando le strade e le leggi italiane in quest’anno di crisi economica.
Dalla paura non può nascere niente di nuovo : la crisi economico-finanziaria del settembre 2008 sta diventando, a dodici mesi di distanza una crisi economica e sociale, solo nuovi ed innovativi modelli di sviluppo economici, energetici ed ambientali, sociali e politici sono in grado di spazzar via la paura e restituire la speranza nel futuro.

I Gattopardi della crisi finanziaria

Oggi i principi che reggono l’economia del default non sono stati messi in discussione, i tempi dell’economia, si dice, non consentono pause, riflessioni, incertezze, e allora, i Governi aprono le casse e inondano il mercato di liquidi; siamo sicuri che non si tratti di quegli stessi mercati che procedono sull’autostrada della crisi, a capofitto, “Gattopardi Globali” senza controlli, senza trasparenza, senza futuro?

Come hanno funzionato i mercati e che cosa è andato storto non deve essere minimizzato, nelle borse della finanza globale i broker hanno creato un meccanismo perfetto, stesso meccanismo che altre categorie applicano impunemente in altri settori, hanno sempre scelto di salvarsi a scapito della solidità del sistema, “prescrivendo” farmaci letali al sistema finanziario per moltiplicare guadagni senza la minima considerazione per le conseguenze, e nessuno li ha fermati, perché pensare esclusivamente al proprio utile è la base dell’economia di mercato del XXsec, per le conseguenze vale il vecchio adagio degli “economisti del default” che i mercati si sistemano da soli.

Dalla crisi gli unici ad uscirne senza perdite sono stati ii fondi etici.
Non ci sono state fughe di clienti, né crolli nei rendimenti.

Vogliamo dire che l’Etica ha salvato dal default ?

Ecco perchè e come i fondi etici si sono salvati dalla crisi finanziaria:
si affidano ad un advisor esterno e non prendono in considerazione le valutazioni delle maggiori società di rating internazionali.

valutano società e stati secondo due criteri:

* uno di esclusione, via quelle che producono tabacco, armi, che non rispettano i diritti umani;
* uno di “azionariato attivo”: giudica le politiche adottate dalle imprese, la trasparenza, i diritti dei lavoratori.

Non ci sarebbe bisogno di scomodare l’Etica se le autorità di controllo avessero funzionato, ma nella gerarchia dei valori, la trasparenza e la correttezza del mercato sono stati messi in fondo alla lista, sempre per paura di interrompere la corsa libera del mercato, che stesse andando verso il burrone nessun calcolo economico è stato in grado di dirlo.

Siamo davvero sicuri di non essere in mano ai “Gattopardi Globali” ?

Per i “Gattopardi Globali”, la crisi dei mercati finanziari è “un crollo emotivo del sistema”; siamo di fronte ad un crollo strutturale globale con conseguenze economiche e sociali che rischiano di avere conseguenze molto più a lungo termine del crollo dei mercati.

Dobbiamo smettere di chiederci se questa crisi nei suoi aspetti più drammatici sia una nuova suggestione mediatica ma dobbiamo cominciare a chiederci perché : se ne parla tanto oggi e non se ne è parlato affatto quando ancora si poteva intervenire.

Ora, non abbiamo nessun bisogno di leggere sui giornali l’ennesimo elenco degli indici che documentano l’aggravarsi della crisi economica, perché la viviamo tutti i giorni, dalla mattina alla sera, in ogni gesto che fino a poco tempo fa davamo per scontato che è diventato invece incerto e problematico, guardare dentro la cassetta della posta per paura di nuove bollette, aspettare il totale della spesa al supermercato, per non parlare delle notti insonni a preoccuparsi per il futuro.

Attenzione oggi ad accettare le divisioni in ottimisti e pessimisti, non sono gli umori del mercato ad essere in discussione, ma le sue dinamiche e le sue regole.

I dati che nessun giornale può nascondere sono i numeri delle battaglie quotidiane per arrivare alla fine del mese, della disperazione di non poter garantire ai propri figli le stesse opportunità che abbiamo ricevuto noi, la stessa fiducia nel futuro.

Solo partendo dalla consapevolezza della gravità dell’attuale crisi economica, finanziaria e sociale possiamo costruire il futuro, l’unico ottimismo che possa produrre effetti su una crisi cosi endemica e globale è l’ottimismo di chi riesce a credere che le grandi crisi, come quella che stiamo vivendo, devono mobilitare tutte le energie migliori delle società e delle classi dirigenti verso un unico obbiettivo : ricostruire le basi sociali, economiche e politiche per progettare il futuro.

IL RINASCIMENTO ITALIANO del XXI sec: il nuovo umanesimo della sostenibilità economica, politica e sociale

Mi è capitato spesso in questi ultimi mesi di sentir parlare di un Nuovo Rinascimento Italiano.

L’idea è suggestiva, più radicata e meno astratta di quanto possa apparire ad un primo approccio.

Il Rinascimento, con le parole dello storico francese Jules Michelet ha segnato la “scoperta del mondo e dell’uomo”,dopo gli eccessi del liberismo degli anni ’90 abbiamo anche noi bisogno di riscoprire il mondo e l’uomo.

Nel 1992, l’Italia e Mani Pulite hanno riempito le pagine dei giornali di tutto il mondo, gli studi e le analisi di un nuovo rinascimento italiano partono da quegli anni, dai funerali di Falcone e Borsellino, dalla richiesta di una nuova classe politica che governasse un Paese oltre il buio della Corruzione e della Mafia.
Avevamo gli occhi del mondo puntati su di noi, su quella energia di rinascita morale e culturale che attraversava il Paese.

Sono passati 17 anni, e la spinta al cambiamento soffocata e schiacciata dalla mancata risposta della politica e dell’economia alla richiesta di una maggiore centralità dell’uomo e dei suoi diritti invece di dissolversi è diventata globale .

Una politica degli investimenti poco trasparente, un livello di rischio fuori controllo e un management aggressivo e spregiudicato, hanno portato alle estreme conseguenze la disumanizzazione dell’economia e della politica.

Titoli tossici che dentro un algoritmo matematico hanno fatto esplodere la finanza di tutto il mondo, la finanza dei titoli spazzatura venduti come titoli sicuri in un mercato finanziario dove chi deve controllare e garantire ha fallito, dove le Società di rating hanno continuato a classificare, sino allo stesso giorno del default, titoli come sicuri.

Il nostro nuovo rinascimento partendo da un nuovo umanesimo trova nell’economia sostenibile la rinascita della centralità dell’uomo nel mondo globale del XXI sec.

Il futuro è in un’ Economia che nella solidarietà e nella sostenibilità ritrova i principi di apertura all’impegno civile e di trasparenza, che riconosca l’importanza della partecipazione e del controllo sociale .

Il futuro è nella sostenibilità sociale, dove le politiche pubbliche e l’intervento privato agiscano insieme per migliorare le condizioni e le prospettive di benessere della popolazione e delle generazioni future.

Il futuro è nella sostenibilità ambientale e nelle energie alternative, in un nuovo sguardo sull’ambiente e le sue risorse, non più beni inesauribili ma risorse da pproteggere e da sottrarre alle dinamiche proprie del mercato, prime fra tutte l’acqua.

Sono questi i temi al centro del dibattito culturale e politico, europeo e mondiale, sono queste le prospettive e le opportunità per creare le condizioni di una nuova scoperta del mondo e dell’uomo in sinergia verso il futuro.

E’ davvero lontana l’eredità di chi ha potuto dire “la società – per la politica – è morta”,era Margaret Thatcher ed un’eredità che ha condizionato la politica e l’economie occidentali per molto tempo.

Oggi non siamo più in pochi sognatori a dire che non c’è futuro senza società e non c’è futuro della politica e dell’economia senza la forza della società.