“RISANARE L’ECONOMIA DEL DEFAULT”

Secondo il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz,

“Il crollo dei mercati del 2008 e’ per il fondamentalismo liberista come la caduta del muro di Berlino per il comunismo”.

Per continuare con la metafora, immaginiamo il neoliberismo degli ultimi venti anni che si sgretola in mezzo all’indifferenza della politica e dell’economia ufficiale, che contimua imperterrita sulla strada della crisi.

Nessuno, a differenza dell’89, decide di aprire le porte su una realtà diversa.

Sotto le macerie i popoli che non sanno dove scappare.

E’ la politica che ha il dovere di aprire una nuova Porta di Brandeburgo.

Una porta che si apra su un modello di sviluppo alternativo all’economia del default, che sulle diseguaglianze è nata e crea i massimi profitti.

L’Economia del Default

e

i Gattopardi della Crisi

Stiamo vivendo uno di quei momenti storici in cui ci sono tutte le condizioni per scegliere una strada nuova, ma anche il rischio molto concreto, di continuare ad insistere sugli errori che ci hanno portato alla crisi finanziaria globale del 2008.

Il futuro parte da qui, dall’onestà e dal coraggio di cambiare strada e aprire nuovi orizzonti economici e politici.

  • Qualcuno è in grado di calcolare veramente a quanto ammontano i titoli tossici in giro per i mercati globali?
  • Gli strumenti derivati appartengono veramente al passato o sono ancora in grado di nuocere?

Una politica degli investimenti poco trasparente, un livello di rischio fuori controllo e un management aggressivo e spregiudicato, hanno portato alle estreme conseguenze la disumanizzazione dell’economia. Titoli tossici che dentro un algoritmo matematico hanno fatto esplodere la finanza di tutto il mondo, la finanza dei titoli spazzatura venduti come titoli sicuri in un mercato finanziario dove chi deve controllare e garantire ha fallito, dove le Società di rating hanno continuato a classificare, sino allo stesso giorno del default, titoli come sicuri.

“La finanza è un mezzo per raggiungere uno scopo, non un mezzo fine a se stesso. Deve essere finalizzata agli interessi del resto della società e non la società assoggettata agli interessi della finanza” Joseph Stigliz

La politica deve richiamare l’economia alle responsabilità di un’involuzione che dura da almeno dieci anni. Una politica che affronta la crisi economica socializzando le perdite, salvando le banche e lasciando sul terreno i “sacrifici umani” che sono i lavoratori, i giovani, le donne, le famiglie, in una parola il futuro, viene meno alla sua ragion d’essere.

Le diseguaglianze, territoriali e sociali, l’aumento della disoccupazione, la mancanza di valore del lavoro e della qualità della vita sono state le basi su cui è nata e si è consolidata l’economia del default. Difendere i diritti dei lavoratori contro le speculazioni che minano le fondamenta dell’economia di un Paese, significa credere in una nuova economia che non crolla sotto il peso della finanza ma cresce con il valore del Lavoro e delle imprese capaci di far diventare il Mercato anche il centro di scelte civili e civilizzanti, di crescita sociale e civile.

Fino ad oggi il conto della crisi è rimasto sul tavolo della società civile nella completa assenza di un piano economico capace di legare i sacrifici ad un nuovo progetto di crescita e di sviluppo.

C’è un dibattito internazionale che si interroga sulle cause strutturali della crisi economica, ci sono almeno tre interrogativi che vengono posti :

  • I mercati globali devono rispondere ad una regolamentazione globale, quale delle attuali istituzioni sovranazionali ha le caratteristiche per occuparsene?
  • I tagli alla spesa sociale e il mito dell’austerità sono scelte adeguate a creare sviluppo?
  • L’uscita dalla crisi passa per una terza via che si pone tra il capitalismo globale neoliberista e il socialismo?
  • Chi sta dettando le regole per uscire dalla crisi ? Siamo davvero sicuri di non essere in balia dei gattopardi della crisi finanziaria del 2008 ?
  • E’ in grado la politica di riappropriarsi del suo ruolo di intervento in economia ?

Se vogliamo affrontare le cause strutturali di questa crisi economica, non possiamo esimerci dal chiedere, perché alla fine del ‘900, la politica abbia scelto di abdicare all’economia, parte determinante, del suo ruolo di programmazione economica e sociale, adducendo la globalizzazione come scusa, per giustificare una perdita di ruolo, che è stata prima di tutto, una mancanza di pensiero e di intervento, proprio sulla globalizzazione, comprensibile venti anni fa, molto meno dieci anni fa, assolutamente ingiustificabile dopo il 2008.

“Il capitale globale consegue il suo potere “inattaccabile” solo allorché la politica persegua attivamente la sua autoeliminazione”, secondo il sociologo tedesco Ulrich Beck, “la classe politica ha imposto a livello nazionale, come “politica riformista”, le regole dei mercati globalizzati, in questo modo essa ha prodotto il destino della globalizzazione”. Il risultato è stato una bomba ad orologeria che la finanza speculativa, del tutto indisturbata, ha confezionato per i mercati mondiali.

Il costo sarà sempre tutto a carico dei cittadini finché resteranno privi della tutela di una politica economica in grado di confrontarsi con il controllo esercitato sul mercato globale da parte di quella “cupola”, messa in luce da una serie di inchieste del New York Times, una vera e propria “cupola” di grandi banchieri, J. P. Morgan, Bank of America, Goldman Sachs, Ubs, Credit Suisse, Barclays, Deutsche Bank, Citi-group ed altre per un totale di nove.

Ciascuna di esse possiede una quantità di partecipazioni e diramazioni in tutto il mondo e capitali immensi a disposizione ed esercita un potere esclusivo di controllo su questo mercato.

Fuori da ogni trasparenza, e al riparo da ogni concorrenza la cupola “protegge gli interessi delle grandi banche che ne fanno parte, perpetua il loro dominio, contrasta ogni sforzo per rendere trasparenti i prezzi e le commissioni”, il virgolettato è un prestito dal New York Times.

La politica deve intervenire ora, deve intervenire su questa economia, ecco, il tabù da infrangere.

Il pretesto addotto dalla “vecchia politica” di non poter intervenire sui meccanismi del mercato globale è stato smentito dagli interventi degli stati nazionali per salvare le banche e le assicurazioni dal default nel 2008, il punto è porre le condizioni politiche per passare da un “istante mondiale” ad un intervento mondiale del plusvalore politico sull’economia ai tempi della globalizzazione.

Da due anni a questa parte non è stato fatto nulla per predisporre le misure necessarie ad impedire il ripetersi dei default del 2008, soprattutto di quei meccanismi strutturali che ne hanno permesso l’uso speculativo a favore degli stessi che oggi, speculano non più solo sul panico dei mercati ma anche sul panico delle piazze, vere, non finanziarie, quelle dove la gente muore, vittima di una politica che non ha saputo proteggerli.

L’ economia del default è ancora il principale protagonista dei mercati finanziari mondiali, nessuno ha ancora messo la parola fine ad un disegno speculativo che continua indisturbato la sua strada.  Cancella la solidarietà e riduce lavoratori, famiglie, interi popoli ai Pigs di una realtà di tutti contro tutti, a vantaggio unico degli speculatori che attaccano l’Europa dei popoli, l’economia della crescita, per aprire l’autostrada di un’economia della paura e della solitudine, del panico finanziario e sociale.

“Lasciatemi affermare la salda convinzione che l’unica cosa di cui dobbiamo aver paura è la paura ”

Franklin Delano Roosevelt

Dalla paura non può nascere niente di nuovo, la crisi finanziaria del settembre 2008 è diventata una crisi economica e sociale.

La paura è l’arma che la finanza speculativa ha puntato  sulla società, affinché niente cambi.

Per questo la difesa del valore della spesa sociale, dei diritti individuali e collettivi e della dignità del lavoro è oggi il primo passo verso il cambiamento.

La “difesa” è innovativa e non, come si vorrebbe far credere, un arroccamento sul passato, è la scelta di guardare avanti disarmando la crisi.

Lo stato sociale è uno dei pilastri delle democrazie liberali europee, non riduce i deboli a Pigs ma crea le condizioni sociali per combattere l’isolamento e promuovere lo sviluppo dal basso verso l’alto e non dall’alto sulla schiena piegata dalla paura e dall’esclusione dei più deboli, isolandoli diffondendo uno terrore strisciante ed insidioso del contagio della debolezza e della povertà.

I principi della solidarietà sociale sono parte incedibile dell’identità europea, mantenerli attuali rappresenta una sfida per l’affermarsi di un’Europa dei Popoli, di un comune sentire europeo, di una scelta di cittadinanza e di civiltà, per portare l’identità politica e sociale dagli stati membri dentro la realtà economica della globalizzazione.

Secondo il premio Nobel per l’economia, Jean Paul Fitoussi, “la zona euro accusa fin d’ora un ritardo di crescita rispetto alle altre grandi regioni del mondo, sia per mancanza di coesione che per eccesso di ortodossia dottrinale. Anziché avvantaggiarsi di una finanza pubblica più sana che altrove, l’Ue spende tutte le sue energie per far quadrare i conti del passato, invece di costruire il futuro. Tutto questo rassomiglia in maniera sorprendente a una «congiura degli imbecilli », per riprendere il titolo in francese del bel romanzo di John Kennedy Toole”.

Può questa crisi spazzar via quei localismi che fino ad oggi ci hanno fatto sentire meno europei di quello che in realtà dobbiamo diventare per salvare la cultura sociale e liberaldemocratica europea ?

L’Europa deve “implementare le riforme istituzionali, inclusa la necessaria impalcatura fiscale, che avrebbero dovuto essere realizzate contestualmente al lancio dell’euro.

Non è troppo tardi perché l’Europa attui queste riforme e si dimostri all’altezza degli ideali basati sulla solidarietà su cui poggiò la creazione dell’euro.

Se l’Europa però non è in grado di farlo, forse è meglio che ammetta il fallimento e vada oltre, piuttosto che far pagare, nel nome di un modello economico carente, un alto prezzo in disoccupazione e sofferenza umana”

Joseph E. Stglitz

IL PENSIERO UNICO DEL FONDAMENTALISMO NEOLIBERISTA

E’ SEMPRE MENO UNICO

crisi finanziaria

“Coloro che dettano al mondo la politica economica – banchieri, finanzieri, ministri – si comportano come sacerdoti di oscuri culti antichi, e chiedono, ad ogni svolta, ad ogni evento che chiamano “cambiamento”, dei sacrifici umani, come per placare la rabbia di un dio invisibile” altrimenti “come spiegare che tutto ciò che questi sacerdoti impongono porta continui tagli di bilanci, la disoccupazione che cresce, la Borsa che cade, la gente stordita da nuove rinunce – perdita della casa, della scuola, del lavoro – che non portano frutti ?

Per questo, io chiedo :

quando finiremo di fare sacrifici umani al dio di una elite di presunti esperti che sta rovinando il mondo

e ci dedicheremo a sanare l’economia? “

 Paul Krugman, “Placare la Rabbia degli Dei”.  New York Times “The Conscience of a Liberal”

“Gli storici del futuro guarderanno allibiti alla frenesia taglia-spese che colse le classi dirigenti nella primavera del 2010. In un fremito di panico inconsulto ed euforia irrazionale, organizzazioni internazionali come la Banca centrale europea e l’Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo abbandonarono improvvisamente tutto quello che avevamo imparato sull’economia (a caro prezzo) durante le precedenti recessioni e decisero che il rigore di bilancio era la strada da seguire per un mondo in preda alla recessione: anzi, molti sostenevano addirittura che i tagli alla spesa avrebbero avuto un effetto espansivo. “

 Paul Krugman,”Quell’irrazionale frenesia di austerity che spazza via ciò che tutte le recessioni ci hanno insegnato”

“Qualunque siano gli ultimi dati economici siamo ancora sul fondo del pozzo. Possiamo solo sperare che al vertice se ne rendano conto in molti.”

 “Nei prossimi anni, anche in presenza di buoni livelli di crescita economica ci aspettano tassi di disoccupazione che fino a non molto tempo fa sarebbero stati giudicati catastrofici, e in realtà lo sono”.

 Paul Krugman, “Cambiare Politica per uscire dalla Crisi”

“Non è stato molto tempo fa che si potrebbe dire, il settore finanziario e la sua ideologia del libero mercato hanno portato il mondo sull’orlo della rovina. Le innovazioni volute dalla finanza moderna non hanno portato ad una maggiore efficienza a lungo termine, una crescita più rapida o più prosperità per tutti. Invece, sono state progettate per aggirare le norme contabili e le autorità preposte al controllo dei mercati. I mercati finanziari hanno lavorato sodo per creare un sistema che impone il loro punto di vista. La finanza è un mezzo per raggiungere uno scopo, non un mezzo fine a se stesso. Deve essere finalizzata agli interessi del resto della società e non la società assoggettata agli interessi della finanza. Addomesticare i mercati finanziari può non essere facile, ma deve essere fatto, attraverso una combinazione di tassazione e regolamentazione. Non sorprende che i mercati finanziari non vogliano essere domati. Essi vogliono che le cose continuino esattamente allo stesso modo, perchè mai dovrebbero volere un cambiamento? Nei Paesi dove vigono democrazie imperfette o corrotte, hanno i mezzi per resistere al cambiamento. Fortunatamente i cittadini in Europa e in America hanno perso la pazienza.”

 Joseph Stigliz, “Domare la Finanza in tempi di Austerità”

“Il mondo non è stato benevolo nei confronti del neoliberalismo, quella miriade di idee basate sul concetto integralista che i mercati si autocorreggono, allocano efficientemente le risorse e servono bene l’interesse pubblico. È stato questo integralismo di mercato il presupposto stesso del thatcherismo, della reagonomics, e del cosiddetto “Washington Consensus” a favore della privatizzazione, della liberalizzazione e della risoluta concentrazione sull’inflazione da parte delle banche centrali indipendenti … Il fondamentalismo del mercato neoliberale è sempre stato una dottrina politica al servizio di determinati interessi. Non è mai stato sostenuto da una teoria economica, né e dovrebbe essere chiaro, ormai è supportato da un’esperienza storica. Apprendere una volta per tutte questa lezione potrà rivelarsi il piccolo raggio di sole in una nube scura che incombe ormai sull’economia globale.”

 Joseph Stigliz “La fine del neoliberismo”

«Il problema del mondo futuro è la crescita e le politiche di austerità sempre più violente, che si stanno imponendo solo per paura delle agenzie di rating, non possono che peggiorare le cose. »

«Le misure europee per affrontare la crisi sono state insufficienti e tardive e se l’Europa non si organizza rapidamente si va verso la catastrofe. E’ invece il momento di usare la bomba atomica e dire chiaro e tondo ai mercati che se vogliono mettersi a giocare contro di noi sono destinati a perdere. Invece finora è accaduto il contrario: abbiamo fatto di tutto per far capire ai mercati che se si mettono contro di noi vincono di sicuro, abbiamo alzato le braccia e dichiarato ai quattro venti che non abbiamo né armi né strumenti per contrastarli. Basta vedere l’effetto positivo prodotto dal semplice annuncio che la Bce avrebbe acquistato un po’ di titoli italiani e spagnoli: lo spread si è immediatamente ridotto e la speculazione si è allontanata. Ovviamente fare questi interventi non basta: bisogna passare dalle parole ai fatti e mettere in campo strumenti per la crescita e la lotta alla disoccupazione».

 «A mio parere non si tratterebbe di un double dip ma di un evento molto più grave e devastante perché in realtà siamo ben lontani dall’aver recuperato i livelli del 2007. Quindi se dobbiamo seguire le analisi economiche, che trovano interpretazione in alcune lettere per esemplificare l’andamento degli indici del Pil, non possiamo dire di essere di fronte ad una W ma molto più probabilmente di fronte al rischio di una depressione».

 «Sono più di cinque anni che sostengo in tutte le sedi che l’Europa deve dotarsi delle risorse finanziarie per investire laddove dice di volersi strategicamente muovere, cioè l’economia del sapere, della creatività, delle politiche ambientali. Oggi si parla di Eurobond solo in funzione anticrisi, cioè titoli europei che sostituiscano quelli emessi dagli Stati sovrani in difficoltà. Ma questo è solo un intervento tattico e posso comprendere che possa suscitare qualche preoccupazione in Germania dove rischia sempre di prevalere il timore che i tedeschi siano chiamati a pagare le pensioni ai greci o agli italiani. Io penso invece a titoli specificatamente rivolti alla costruzione di infrastrutture per il rilancio dell’economia europea e per stimolarne la sua competitività in un sistema globale. Risorse che possono assicurare ottimi rendimenti di lungo periodo».

 «Certo, se si riesce a superare una gravissima dicotomia tra come ragionano i mercati e la politica e come, invece, bisogna agire per sostenere una crescita a lungo termine. I mercati hanno obiettivi a brevissimo termine. La politica, purtroppo, sempre più a breve termine mentre noi abbiamo bisogno di visione e prospettive a lungo termine per favorire quel cambiamento di paradigma economico che non si ottiene senza risorse e senza tempo. Una normale gerarchia di valori esige che il principio economico sia subordinato alla democrazia, e non il contrario»

Jean Paul Fitoussi

“La crisi economica è grave. Le ragioni stanno certo nella cattiva politica, nella mano libera consentita alla speculazione finanziaria, nell’eccesso di fiducia nella forza regolatrice del mercato, comprimendo o addirittura osteggiando il ruolo delle pubbliche istituzioni.”

“Il benessere dell’universo mondo resta una questione di giustizia e le politiche economiche a sostegno della ripresa devono essere giudicate per quanto riescono a rafforzare quelle condizioni di libertà e di democrazia che sono autentica misura della qualità della vita per tutti e allo stesso tempo premessa del cammino che verrà”

“Anche mentre la finanza va a rotoli, le borse crollano, la disoccupazione sale: non possiamo accettare soluzioni che per motivi di bilancio, per salvare il vecchio ordine, impongano nuove ingiustizie.

Ad esempio, se è giusto tagliare il superfluo, si dovrebbe sempre considerare che politiche di estremo rigore rischiano di essere controproducenti laddove non assicurino i servizi pubblici essenziali ai cittadini.

Ma soprattutto dobbiamo batterci contro quelle ingiustizie che già conosciamo, contro la povertà, contro le limitazioni della libertà, contro le censure alla democrazia, ovunque nel mondo, in Asia o in Africa, ma anche nei paesi industrializzati.

“Ci sono problemi profondi da affrontare, su come il governo democratico dell’Europa potrebbe essere minato dal ruolo enormemente accresciuto delle istituzioni finanziarie e delle agenzie di rating, che ora regnano liberamente su alcune parti del terreno politico europeo. Fermare la marginalizzazione della tradizione democratica d’Europa ha un’urgenza che è difficile esagerare.La democrazia europea è importante per l’Europa e per il mondo ”

“La tendenza a ignorare l’importanza della crescita economica nella creazione del reddito di una nazione dovrebbe essere indagata. La storia avrebbe dovuto insegnarci qualcosa: gli enormi debiti pubblici di molti paesi alla fine della seconda guerra mondiale furono causa di forti preoccupazioni, ma si ridussero rapidamente grazie alla crescita economica. I colossali deficit coi quali si trovò alle prese il presidente Clinton al suo insediamento alla presidenza degli Stati Uniti nel 1992 si dissolsero nel corso del suo mandato, in buona parte grazie alla ripresa economica.”

 Amartya Sen

 

“Le certezze della prima modernità – quali piena occupazione, Stato nazionale e sociale, sfruttamento – si stanno esaurendo. Ciò che si sta delineando è una società mondiale fondata sul rischio. Stiamo entrando in una seconda modernità, contraddistinta dall’informatizzazione, dalla globalizzazione, dalle crisi ecologiche, ma soprattutto da un radicale mutamento del mondo del lavoro. Nell’arco di un decennio il mondo del lavoro subirà – di fatto sta già subendo – trasformazioni tanto radicali che intaccheranno le basi dello stato sociale e della democrazia. E’ necessario individuare un nuovo modello sociale a cui affidare il compito di sostituire quello che ha dominato la seconda parte del Novecento.”

Ulrich Beck,“Il lavoro nell’epoca della fine del lavoro. Tramonto delle sicurezze e nuovo impegno civile “

 “I politici si consideravano come pedine di un gioco di potere dominato dal capitale che agisce a livello globale. Da un lato si assume che la classe politica con il suo stesso agire abbia causato la sua presunta incapacità di agire: essa, cioè, avrebbe imposto a livello nazionale, come “politica riformista”, le regole dei mercati globalizzati”. In questo modo essa avrebbe prodotto “il destino della globalizzazione. Il capitale globale consegue il suo potere “inattaccabile” solo allorchè la politica persegua attivamente la sua autoeliminazione. Il pretesto del non poter fare è stato smentito dagli interventi degli stati nazionali nel 2008 per salvare le banche e le assicurazioni dal default. Si è manifestato per un istante mondiale il plusvalore politico”.

Ulrich Beck, ”Le cinque autoillusioni della politica nell’ era globale”

“Più si tagliano i diritti più si riduce l’identificazione del dipendente con l’azienda. E con essa la flessibilità e la creatività che servono per prosperare. Alla fine, ridefinendo Stato e sindacati in una dimensione transnazionale, anche le aziende si accorgerebbero che democrazia e produttività sono due lati della stessa medaglia. Se vogliamo reinventare la politica del lavoro all’alba del XXI secolo dobbiamo renderci conto che viviamo in un mondo policentrico e tentare nuove alleanze: tra lavoratori e consumatori, tra stati, riorganizzando la Ue. Ciò che manca in questo dibattito è una sinistra non nostalgica del vecchio welfare state nazionale ma aperta a diventare la controparte dell’attuale capitale transnazionale. ”

Ulrich Beck, “Così Fiat taglia i diritti e riduce produttività e democrazia”

“Nel 2008 è cominciata la crisi finanziaria, ma prima che cominciasse ce n’è stata un’altra che dominava le prime pagine di tutti giornali, seminando il terrore in tantissime persone: la crisi alimentare. Questa non è mai finita, è stata solo offuscata e poteva andare peggio.

Il 2008 è stato anche l’anno in cui la crisi del petrolio ha raggiunto i massimi storici, e neanche questa crisi si è conclusa. La tengono solo sotto silenzio, ma alla prossima occasione potrebbe ritornare a galla.

Poi c’è il riscaldamento globale, e la situazione continua a peggiorare.

Credo che tutte queste crisi abbiano fattori comuni, e non siano l’espressione separata di diverse parti della società o di differenti aspetti dell’economia. Sono tutte emerse dagli stessi difetti fondamentali insiti nelle strutture che noi stessi abbiamo costruito, e dobbiamo affrontarli adesso prima di poter risolvere qualsiasi altra cosa.”

“Coloro che perderanno miliardi di dollari sono preoccupati, ma alla fine dei conti, avranno ancora miliardi dollari, e anche chi possiede milioni avrà ancora milioni di dollari. La loro vita non cambierà. Le vere vittime sono i tre miliardi di persone in fondo alla scala sociale, che non hanno contribuito in alcun modo alla crisi. Loro perderanno il lavoro, il reddito e il cibo, e le cose andranno sempre peggio. Sono diventate le vittime del sistema bancario, ed è questo che dobbiamo cambiare. “

“Occorre aprirsi a nuova attitudine. Se introduciamo il social business nel sistema, la crisi non tornerà. Dobbiamo chiedere, porre le domande giuste che provocano cose, per fare in modo che ogni generazione costruisca un mondo migliore e più bello.”

“Si parla dei pacchetti di salvataggio finanziario che rimetteranno in moto la macchina dell’economia, ma nessuno parla della metà della popolazione più svantaggiata. Non potrebbero stanziare almeno il 10 per cento dei pacchetti per le persone che sono le principali vittime di questa situazione? È un punto fondamentale che non dobbiamo dimenticare, e ribadisco che non torneremo indietro alla stessa situazione di “normalità” da cui veniamo. Dovrà essere una nuova situazione di normalità rivolta in una nuova direzione. Sarà un salvataggio per le persone che oggi sono vittime.”

Muhammad Yunus

“Siamo una società di consumatori. Solo 50 anni fa eravamo una società di produttori. Non è più così. Adesso la nostra identità passa dal nostro ruolo di consumatori. Quando c’è una crisi economica i nostri leader ci informano che potremo uscire dalla depressione grazie all’attività di noi consumatori. Dai cittadini non si pretende più che contribuiscano alla formazione delle

leggi. Adesso si pretende che cerchino le soluzioni nei negozi.”

“Nella società che io chiamo della modernità solida i lavoratori e i padroni dipendevano gli uni dagli altri. I lavoratori dipendevano dai loro padroni per il loro sostentamento. Ma i padroni dipendevano dai loro operai per il loro lavoro. E quindi c’era una mutua dipendenza. E quando c’è una mutua dipendenza nessuna delle due parti può vivere senza l’altra. C’era una situazione buona per negoziare, soddisfacente per entrambi. Ci potevano essere liti, scontri, ma alla fine si arrivava a un accordo perché le parti sapevano che si sarebbero incontrate giorno dopo giorno. E per questo erano costrette a elaborare una sorta di vita in comune. Poi la situazione cambiò, ci fu una deregolamentazione e la possibilità di spostare i capitali in altri paesi molto velocemente premendo il tasto di un computer. E fu così che i proprietari dei capitali cessarono di essere dipendenti dai lavoratori locali. Adesso la dipendenza è unilaterale. I capitali si possono spostare facilmente da un posto all’altro, dovunque ci siano condizioni più favorevoli per fare profitti. I lavoratori no. Quindi questa mutua dipendenza è spezzata. E con essa anche la possibilità di comunicare.”

“Tutti i punti di riferimento che davano solidità al mondo e favorivano la logica nella selezione delle strategie di vita, i posti di lavoro, le capacità, i legami personali, i modelli di convenienza e decoro, i concetti di salute e malattia, i valori che si pensava andassero coltivati e i modi collaudati per farlo, tutti questi e molti altri punti di riferimento un tempo stabili sembrano in piena trasformazione.

Si ha la sensazione che vengano giocati molti giochi contemporaneamente, e che durante il gioco cambino le regole di ciascuno.

Questa nostra epoca eccelle nello smantellare le strutture e nel liquefare i modelli, ogni tipo di struttura e ogni tipo di modello, con casualità e senza preavviso.

Zygmut Bauman

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