Archivio per GATTOPARDI DELLA CRISI

2 GIUGNO 2012

crisi economica tricolore

 

Il 2 giugno 2012,

non è un 2 giugno

come tutti gli altri

 

 

 1992-2012

 

 

 

 

 

 

 

Il significato di Repubblica che festeggiamo è rimasto impigliato in venti anni in cui gli attacchi alla Costituzione, la malapolitica, il malaffare ci hanno portato fin qui.

Non tutti hanno agito allo stesso modo, le differenze, le battaglie politiche e ideali che hanno segnato questi ultimi venti anni vengono trascinate dentro un calderone di qualunquismo a cui, dopo il populismo berlusconiano-leghista di centrodestra, dovremmo essere vaccinati.

E invece NO. Questa festa della Repubblica 2012 ci deve portare su un terreno nuovo, con la memoria del passato.

Oggi, festeggiare la festa della Repubblica degnamente, significa ritornare alle nostre radici, con lo sguardo rivolto al futuro.

Il cambiamento,

è già tutto scritto,

nei valori della nostra

Costituzione.

Come durante la Resistenza le staffette erano il tessuto connettivo tra la società civile e i partigiani, così oggi è la nostra Costituzione ad essere staffetta, articolo per articolo, per rafforzare i valori su cui è nata la nostra Repubblica e da cui ripartire per ricostruire un Paese capace ancora di guardare avanti.

Siamo in un momento storico in cui i valori di fratellanza, di uguaglianza e di libertà, che sono alla base della nostra Costituzione, non sono affatto scontati, ma hanno ancora bisogno di noi, delle nostre voci e del nostro coraggio.

Si parla di alleanze e di programmi, ma non si parla abbastanza di quali ideali siano alla base di quelle alleanze e di quei programmi.

L’individualismo esasperato degli ultimi venti anni ha svuotato la politica dei suoi ideali, la vita di tutti i giorni dei suoi significati, il sistema economico di ogni legame con la crescita sociale e civile della società.

Questa crisi economica

non è uguale per tutti

E’ una crisi nata sulle diseguaglianze e sull’aumento delle diseguaglianze prospera.

E’ una crisi che nega la solidarietà, l’uguaglianza e la libertà dei popoli.

La vera festa della Repubblica, oggi, è nell’unica vera foto che guarda al futuro, la foto dei popoli.

Sono i volti di chi sta affrontando il terremoto in Emilia.

I volti dei lavoratori che difendono i diritti conquistati in oltre un secolo di lotte e di battaglie civili.

I volti delle famiglie che non arrivano alla fine del mese.

I volti delle donne che il 13 febbraio hanno chiuso il teatrino della politica berlusconiana.

I volti degli insegnanti che ogni giorno difendono la scuola pubblica e il futuro.

I volti di chi ha votato ai referendum per difendere i beni comuni e adesso aspetta le risposte negli atti concreti di un Parlamento che continua a restare sordo ad un nuovo modello di sviluppo, che difenda il territorio, l’assetto idrogeologico e la sicurezza, che guardi al futuro di un popolo e non al futuro di pochi. Quei pochi che vivono divorando il futuro di tutti. Quelli che ridevano la notte del terremoto dell’Aquila, quelli che vivono di privilegi che cancellano i diritti di tutti, quelli che non conoscono “disciplina e onore” nell’adempimento delle funzioni pubbliche.

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VIA LIBERA AI GATTOPARDI GLI OSSIMORI DEL SISTEMA BERLUSONIANO STRIDONO ANCORA

Il tramonto dell’era berlusconiana ha il suono stridente di un ossimoro.

Abbiamo vissuto in un celeste inferno.

Paradiso dentro le stanze del potere e inferno dentro le case degli italiani.

In questi anni con le parole si è raccontato il Paradiso, una realtà di carta e pixel che cancella i fatti e le responsabilità e fuori dai riflettori si è consumata la crisi, fino a che non è arrivata sullo scenario globale dello spread si è continuato a guardare da un’altra parte.

Come stride il racconto delle file davanti ai ristoranti e l’amnesia di quelle sempre più lunghe davanti alle mense della Caritas.

La “resurrezione” dell’Italia come la chiama Benigni, può iniziare solo dalla verità. Una famiglia su quattro è a rischio povertà, l’economia è in recessione, i consumi spariti, la mobilità sociale inesistente, i giovani senza futuro, le donne a casa a fare le veci degli ammortizzatori sociali.

C’è un pericolo insidioso come lo spread, ma italianissimo,

il gattopardesco cambio di pelle di chi prima precipita il paese nel baratro e poi,

indossa una nuova pelle e si tuffa, come se niente fosse successo,

in una nuova stagione di caccia al potere.

Se sentite ancora lo stridere di un ossimoro come in questa crisi “naufragar m’è dolce”  .

Berlusconi e ripresa economica. Ministri del governo Berlusconi e futuro del paese. Siete ancora immuni ai nuovi gattopardi.

Se perdiamo il senso delle proporzioni  e delle responsabilità per timore di indispettire “gli umori dei mercati” , rischiamo di perdere  lo stridente grido degli ossimori, lasciamoli stridere, perchè sono il termometro della differenza tra chi ha mal governato la crisi e chi deve trovare una via d’uscita. Tra i gattopardi e una nuova classe dirigente.

SETTEMBRE

Questo non sarà un agosto di ferie per noi italiani.

I giorni di agosto ci separano da un settembre che fa paura, fa paura per la mancanza di azioni messe a frutto contro la crisi.

Fa paura per la mancanza di un progetto di crescita e di sviluppo, sono ormai troppe le finanziarie che hanno tagliato la crescita, l’innovazione e lo sviluppo.

Se la crisi viene messa sulle tavole delle famiglie italiane mentre la cricca è sempre più avida e vorace difficile immaginare un paese capace di uscire da quell’1% annuo di crescita, ovvero siamo fermi. Quando manca la crescita anche le finanziarie lacrime e sangue non possono nulla per diminuire il rapporto debito/Pil.

neoliberismo

“Il mondo non è stato benevolo nei confronti del neoliberalismo, quella miriade di idee basate sul concetto integralista che i mercati si autocorreggono, allocano efficientemente le risorse e servono bene l’interesse pubblico. È stato questo integralismo di mercato il presupposto stesso del thatcherismo, della reagonomics, e del cosiddetto “Washington Consensus” a favore della privatizzazione, della liberalizzazione e della risoluta concentrazione sull’inflazione da parte delle banche centrali indipendenti … Il fondamentalismo del mercato neoliberale è sempre stato una dottrina politica al servizio di determinati interessi. Non è mai stato sostenuto da una teoria economica, né e dovrebbe essere chiaro, ormai è supportato da un’esperienza storica. Apprendere una volta per tutte questa lezione potrà rivelarsi il piccolo raggio di sole in una nube scura che incombe ormai sull’economia globale.” Joseph Stigliz “La fine del neoliberismo” 7, luglio, 2008

Non si può arrivare a settembre in queste condizioni, troppo pericoloso in mezzo alla tempesta perfetta di cui parlano gli economisti, un elenco lungo di sintomi senza una diagnosi.

La diagnosi del rigore sta andando avanti da oltre tre anni e non ha portato lontano, chi paga sono le popolazioni, la classe media, le classi sociali più a rischio povertà. Aumentano le diseguaglianze e sparisce l’intervento pubblico, bloccato dal rigore che cancella i consumi e blocca la ripresa.

finanza 2008

“Gli storici del futuro guarderanno allibiti alla frenesia taglia-spese che colse le classi dirigenti nella primavera del 2010. In un fremito di panico inconsulto ed euforia irrazionale, organizzazioni internazionali come la Banca centrale europea e l’Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo abbandonarono improvvisamente tutto quello che avevamo imparato sull’economia (a caro prezzo) durante le precedenti recessioni e decisero che il rigore di bilancio era la strada da seguire per un mondo in preda alla recessione: anzi, molti sostenevano addirittura che i tagli alla spesa avrebbero avuto un effetto espansivo. “ Paul Krugman,”Quell’irrazionale frenesia di austerity che spazza via ciò che tutte le recessioni ci hanno insegnato”, Il Sole 24 Ore, 24, 09, 2010

Paul Krugman elenca tutti i passi falsi su cui in questi ultimi anni ha camminato l’economia :

L’altra diagnosi che da anni viene ripetuta nelle aule universitarie, dentro gli articoli dei premi Nobel, ma anche sulla bocca della gente, è troppo rivoluzionaria ?

Serve più stato e non meno stato, serve più spesa pubblica per far ripartire la società e la crescita, per correggere le diseguaglianze alla base dell’economia della crisi che su di esse specula e guadagna.

Joseph Stigliz :

Dobbiamo recuperare molte delle cose che sapevamo e che abbiamo dimenticato, per esempio, quando l’economia è debole la spesa pubblica stimola l’economia. “

“I modelli economici cui facevamo riferimento prima della crisi del 2008, non hanno né preannunciato la crisi, né ci hanno fornito gli strumenti per affrontarla, quando è arrivata. “

“Non siamo riusciti a riformare il sistema finanziario e la vulnerabilità è in un certo senso anche maggiore, mentre la nostra capacità di rispondere alla crisi è minore, per l’aumento del debito che è una conseguenza della crisi”

DIAGNOSI :

“Quello di cui oggi abbiamo bisogno è STIMULATION, la politica di controllo di bilancio non ha funzionato, finanziare la spesa pubblica è invece quello che serve, anche in momenti di austerity.”

Dopo un crollo dei mercati come quello del 2008, senza l’intervento pubblico che ha salvato banche e assicurazioni, cosa sarebbe successo ? Dopo il salvataggio economico è finito tutto lì. Gli attori della crisi sono rimasti “i padroni dell’universo” e gli stati sono tornati invisibili rispetto al governo dell’economia.

C’è una resistenza ultraliberista che in questi giorni è così ben espressa con tutti i suoi limiti di classe e di inadeguatezza dal movimento del Tea Party americano, vogliono il default della società.

C’è una contrapposizione tra economia e società nata negli anni reganiani che dopo il crollo del muro di Berlino ha occupato tutto lo scenario politico, economico e sociale. Uscendo da questa dicotomia si esce dalla crisi.

“Le certezze della prima modernità – quali piena occupazione, Stato nazionale e sociale, sfruttamento – si stanno esaurendo. Ciò che si sta delineando è una società mondiale fondata sul rischio. Stiamo entrando in una seconda modernità, contraddistinta dall’informatizzazione, dalla globalizzazione, dalle crisi ecologiche, ma soprattutto da un radicale mutamento del mondo del lavoro. Nell’arco di un decennio il mondo del lavoro subirà – di fatto sta già subendo – trasformazioni tanto radicali che intaccheranno le basi dello stato sociale e della democrazia. E’ necessario individuare un nuovo modello sociale a cui affidare il compito di sostituire quello che ha dominato la seconda parte del Novecento.” Ulrich Beck,“Il lavoro nell’epoca della fine del lavoro. Tramonto delle sicurezze e nuovo impegno civile “

Una contrapposizione tra Stato, burocrazia, ospedali, scuole, servizi sociali, pensioni, ma anche tribunali e università, centri di ricerca e cultura, innovazione e sviluppo e “libero mercato” , non quello di cui parla il pensiero liberale, un’altro mercato, il mercato fuori da ogni regola, che aggira le autorità preposte al suo controllo, proprio come è accaduto prima del crollo dei mercati del 2008.

E allora il nemico della crescita e dello sviluppo non è certo lo stato che ha aperto il portafoglio per salvare quell’economia. Ora serve mancato il passo successivo :  aprire il portafoglio non al vecchio, ma al nuovo, aprire a nuove linee di sviluppo di un’altra economia.

Siamo ancora sul sentiero dell’economia della crisi e da lì dobbiamo uscire.

Nelle sue considerazioni finali, Mario Draghi :

“O perché hanno ricevuto aiuti pubblici, necessari nel momento più acuto della crisi a evitare fallimenti dalle conseguenze devastanti, o perché gli Stati hanno loro offerto garanzie più o meno esplicite, diffusa è la convinzione che le banche più grandi non possano fallire.

Ne derivano serie distorsioni alla concorrenza ma soprattutto il fatto inaccettabile che i guadagni spettano ai privati, le perdite alla collettività.

DEBITI DEGLI STATI INDUSTRIALI AVANZATI ED ECONOMIA GLOBALE VISTO DA NOURIEL ROUBINI

Per concludere :

1) FISCAL POLICY : uso della spesa pubblica per influenzare l’economia.

2) Il settore finanziario deve essere sottoposto ad un nuovo sistema di controllo : la finanza della crisi è slegata dall’economia reale.

3) Sciogliere il nodo dell’ECONOMIA GLOBALE.

Per chi ha ancora il coraggio di leggere, ascoltare, riflettere sulle nuove idee per una nuova economia, la strada è tutta in salita, tra il recupero di ciò che sapevamo di cui parla il prof. Stigliz e il disegno di nuove regole per un’economia globale. In mezzo alle voci più innovative restano ancora i giochi dei Gattopardi della Crisi, che continuano indisturbati a giocare sul tavolo della roulette globale, con i nostri soldi.


IL VERO VOLTO DEI “MODERATI” : SI DICONO “MODERATI” MA SI LEGGE “CORPORATIVI”

Nel giro di pochi giorni, la vera natura di chi si definisce “moderato” si è platealmente dimostrata non solo corporativa, poco europea, limitata e priva di un orizzonte politico ed economico di spessore, ma anche capace di infangarsi appropriandosi di quel “metodo Boffo”, che ricorda più i metodi persecutori delle dittature che i “moderati”.

Prima la Confindustria  a BERGAMO.

Poi le scuse forzate.

Dopo l’applauso dell’assise di Confindustria, un’altra prova DI GRANDE EQUILIBRIO. Un discorsetto su come crescere in una delle più ricche famiglie italiane rende “MODERATI”.

SE QUESTI SONO I MODERATI…MEGLIO ESSERE DETERMINATI, OPPURE , VISTI CON GLI OCCHI DEI “MODERATI”,  ECCESSIVI E RADICALI NELLA DIFESA DELLA DEMOCRAZIA E DEL FUTURO, DEI PRINCIPI COSTITUZIONALI ALLA BASE DELLA NOSTRA REPUBBLICA.

Uno dei sinonimi di “MODERATO” è “LIMITATO”. Io li vedo così i “MODERATI” ITALIANI, “LIMITATI” dalla difesa dei propri interessi, che essendo corporativi, non vanno nella stessa direzione degli interessi del Paese e della crescita economica, senza la quale, forse si salvano a breve termine pochi “MODERATI”, ma sicuramente non si salva il futuroi economico e sociale del Paese.

Gli aghi della bilancia in Italia li abbiamo già sperimentati. Dal 1983 al 1987, nei 4 anni del governo Craxi, il debito pubblico italiano è passato da 456 a 890 miliardi di lire, è raddoppiato e da allora sta strangolando il Paese. Prendere posizione e non stare nel mezzo, moderatamente, è la via d’uscita dal fango istituzionale e democratico del tramonto berlusconiano.

NO AD UNA POLITICA IN RITARDO SULL’ECONOMIA

Abbiamo il dovere di trovare un linguaggio nuovo per squarciare il silenzio assordante, su quello che sta accadendo, sull’attacco alla dignità dei lavoratori, sulla cecità di una politica economica che continua ad essere  in ritardo sull’economia.

Per costruire una ripresa che non ci sarà senza il cambiamento, è necessario, oggi, che la politica  recuperi il ritardo degli ultimi venti anni e si dimostri in grado di anticipare l’economia.

Ecco perchè :

GLOBALIZZAZIONE

La crisi economica dalle piazze finanziarie, nel 2010, sta passando alle piazze quelle vere, di quelli Stati, talmente strappati alla loro reàltà sociale e civile da essere chiamati Pigs o Piigs.

La politica non deve aspettare che siano le piazze, quelle vere, a riempirsi di titoli tossici, che dopo aver avvelenato le piazze finanziarie, cercano di avvelenare le nostre piazze, perchè l’economia della crisi è nata e prospera sui massimi squilibri, economici e sociali, su cui la speculazione ottiene i massimi profitti.

Se la politca non interviene,

  • non aprendo il portofaglio, come ha fatto nel 2008, per salvare le banche e le assicurazioni,

  • ma aprendo la mente

ad un nuovo modello di sviluppo sostenibile in termini sociali ed ambientali,

capace di superare il pensiero unico ultraliberista, spazzato via dall’uso che ne ha fatto

la finanza speculativa,

la fine della crisi resterà un miraggio,

come in questi ultimi due anni,

sempre intravisto, ma mai reale.

La politica in questi ultimi anni è diventata  immagine e potere e sempre meno pensiero e contenuti. Si cerca il consenso immediato senza il coraggio di porre i problemi complessi, come copmplessa è la società e l’economia del XXI sec., e di trovare soluzioni complesse e sinergie istituzionali nuove, per esempio con il livello europeo, per affrontare quelle “discariche di problemi concepiti e partoriti a livello globale” che sono diventate le nostre vite quotidiane.

Preparatevi ad annoiarvi oppure a mettere in discussione la piega che il rapporto tra politica ed economia  ha preso nei decenni della globalizzazione.

Vorrei addentrarmi in una riflessione  su come la politica abbia scelto di abdicare all’economia, parte determinante, del suo ruolo di programmazione economica e sociale, adducendo la globalizzazione come scusa per giustificare una perdita di ruolo, che è stata prima di tutto, una mancanza di pensiero e di intervento sulla globalizzazione, comprensibile venti anni fa, molto meno dieci anni fa, assolutamente ingiustificabile dopo il 2008.

Oggi, su La Repubblica, è uscita una interessante riflessione firmata da Ulrich Beck, sui rapporti tra politica ed economia, tra politica e globalizzazione, di cui vorrei citare i tratti più significativi. E’ da tempo che il sociologo tedesco è un riferimento nel dibattito sulla globalizzazione, ci aveva avvisato per tempo, attenzione, prima o poi la globalizzazione ci presenterà il conto. Il problema è che il conto è lungo e si autoalimenta, dal 2008 al 2010, dalle piazze finanziarie alle piazze delle nostre città, in un circolo chiuso tra globalizzazione e speculazione.

“E’ saltata l’alleanza tradizionale tra l’economia di mercato e lo Stato sociale, come dice Ulrich Beck, un’alleanza che ha sorretto per decenni il diritto, le istituzioni, la politica, la legittimità stessa delle classi dirigenti che si alternavano al comando, in una parola la forma pratica e quotidiana della democrazia occidentale.” Ezio Mauro su La Repubblica.

Joschka Fischer  “nessuno può fare politica contro i mercati”

Nei venti anni trascorsi, questa abdicazione, ha caratterizzato la politica economica dei Governi nazionali, ha affidato al pensiero unico ultraliberista le sorti dell’economia. Il risultato è stato una bomba ad orologeria che la finanza speculativa, del tutto indisturbata, ha confezionato per i mercati mondiali.

“I politici si consideravano come pedine di un gioco di potere dominato dal capitale che agisce a livello globale”

“Da un lato si assume che la classe politica con il suo stesso agire abbia causato la sua presunta incapacità di agire: essa, cioè, avrebbe imposto a livello nazionale, come “politica riformista”, le regole dei mercati globalizzati”. In questo modo essa avrebbe prodotto “il destino della globalizzazione”.”


“Il capitale globale consegue il suo potere “inattaccabile” solo allorchè la politica persegua attivamente la sua autoeliminazione”.”

“Dall’altro, l’impotenza che la politica deve addebitare a sé stessa serve da pretesto per respingere la presione ad agire”

“Dal momento che non ci sono e non ci possono essere risposte politiche globali alle conseguenze della globalizzazione, NON C’E’ NIENTE DA FARE”

Questo pecorso di “autoeliminazione” della politica comincia venti anni fa. Dieci anni fa, fino ad oggi, si innesca un altro meccanismo, tutt’altro che virtuoso, la tendenza della politica di “suscitare aspettative la cui irrealizzabilità è palese”.   E veniamo ai vertici internazionali, G8, G20 e quant’altro.

“Prima di un vertice del G20 si chiede a gran voce un qualche tipo di tassa globale sui mercati finanziari, ben sapendo che essa non ha nessuna possibilità di essere applicata”

“SI APRE UN’INTERNAZIONALE SEPARAZIONE TRA IL PARLARE E L’AGIRE”

IL PRETESTO DEL NON POTER FARE E’ STATO SMENTITO DAGLI INTERVENTI DEGLI STATI NAZIONALI NEL 2008 PER SALVARE LE BANCHE E LE ASSICURAZIONI IN DEFAULT

“Si è manifestato per un istante mondiale il plusvalore politico”

Come si passa da un “istante mondiale” ad un intervento mondiale del plusvalore politico sull’economia ai tempi della globalizzazione?

Secondo Ulrich Beck, attraverso il superamento dell’ “ontologia nazionale”,                                                                                         di “un’autoillusione nostalgica che assolutizza la dimensione nazionale”.

Strettamente collegata all’autoillusione nazionale è l’autoillusione neoliberista. L’articolo passa in rassegna i limiti dell’ “autoillusione neomarxista” e dell’ “autoillusione tecnocratica”,  in una lunga analisi che evidenzia il bisogno di certezze radicate nei “dogmi del passato”  piuttosto del coraggio di progettare il cambiamento, di riconoscere il bisogno di un ripensamento  delle categorie ontologiche di una politica che deve essere in grado di guardare avanti,                                     E DI ANTICIPARE L’ECONOMIA, che sulle debolezze della politica ha costruito il suo lasciapassare globale.

“La politica nazionale nell’era globale riuscirà a svolgere la sua funzione plasmatrice e a recuparare credibilità solo nelle forme della cooperazione trasnazionale. ( Ue !)”

GLOBALIZZAZIONE

E allora più Europa e non meno Europa

per portare l’identità politica e sociale dagli stati membri

dentro la realtà economica della globalizzazione.

europa

L’EUROPA DEI POPOLI INIZIA DALLA DIFESA DEI DIRITTI DEI LAVORATORI EUROPEI

LAVORO E DIRITTI :

I DIRITTI COSTATI UN SECOLO DI LOTTE E DI SACRIFICI

NON SI TOCCANO.

economia un nuovo modello di sviluppo

DEVE ESSERE FERMA LA RISPOSTA A CHI, ECONOMISTI E POLITICI, IMPRENDITORI ED ESIMI PROFESSORI, SOSTENGONO CHE NON E’ QUESTO IL SECOLO DEI DIRITTI DEI LAVORATORI, IL PROSSIMO PASSO SARA’ QUELLO DI SOSTENERE CHE QUESTO NON E’ IL SECOLO DEI DIRITTI, SIAMO SU UNA STRADA CHE AZZERA L’IDENTITA’ EUROPEA, FERMIAMOCI PRIMA DI PRECIPITARE NEL BARATRO DELLA DEREGULATION GLOBALE DEI DIRITTI DELL’UOMO. http://it.wikipedia.org/wiki/Deregolamentazione

“NON POSSIAMO PIU’ PERMETTERCI I DIRITTI” NEL XXI sec. ?

FERMIAMO LA DERIVA DI UN’ECONOMIA CHE E’ ALL’ORIGINE DELLA CRISI FINANZIARIA E CHE SI FONDA SUGLI SQUILIBRI E SULLE DISUGUAGLIANZE, CHE TRASFORMA IL CONTRATTO DI LAVORO IN UN “RICATTO” :

SI FIRMA LA RINUNCIA AI PROPRI DIRITTI PRIMA DI ESSERE ASSUNTI.


L’EUROPA E’ IN GRADO DI DIFENDERE I DIRITTI DEI LAVORATORI EUROPEI?

europa

UN’EUROPA CIECA ALL’UMILIZIONE DEI DIRITTI FONDAMENTALI DEI LAVORATORI

NON SARA’ MAI L’EUROPA DEI POPOLI,

DI TUTTI I CITTADINI EUROPEI.

parlamento europeo

IDENTITA’ EUROPEA E SFRUTTAMENTO DEL LAVORO SONO ANTITETICHE DOPO PIU’ CENTO ANNI DI STORIA EUROPEA.

NON E’ PIU’ UNA QUESTIONE DI DESTRA O DI SINISTRA,

STIAMO PARLANDO DELL’IDENTITA’ STESSA

DI NOI CITTADINI EUROPEI,

DI DIRITTI INALIENABILI DELL’UOMO

E DI UNA CULTURA SOCIALE, ECONOMICA E POLITICA

CHE NON HA NIENTE DI IDEOLOGICO MA CHE RAPPRESENTA

LA NOSTRA IDENTITA’ DI CITTADINI EUROPEI.

COME POSSIAMO ACCETTARE LA TEORIA DEL SUPERAMENTO DELLE DISUGUAGLIANZE TRA QUELLO CHE NEGLI ANNI ’90 SI CHIAMAVA 1°, 2° E 3° MONDO, AUMENTANDO LE DISUGUAGLIANZE DEL 1° MONDO INVECE CHE AFFRONTANDO LE DISUGUAGLIANZE DEL 2° E DEL 3° ?

UMILIARE I LAVORATORI OCCIDENTALI, ABBASSARE IL LIVELLO DEI DIRITTI DA “NOI” INVECE CHE PROMUOVERE LA CULTURA ED IL RISPETTO DEI DIRITTI FONDAMENTALI NEI PAESI IN CUI MANODOPERA SIGNIFICA SOLO SFRUTTAMENTO.

MANODOPERA= SFRUTTAMENTO ANCHE IN EUROPA?

I DIRITTI DEI LAVORATORI EUROPEI

SONO UNA PRIORITA’ DELL’UNIONE

IL VERO INIZIO DI UN’EUROPA DEI POPOLI

SARA’ LA DIFESA DEL SISTEMA SOCIALE EUROPEO IL CEMENTO DI UN’EUROPA DEI POPOLI.

SE NON POSSIAMO PIU’ PERMETTERCI UNO STATO SOCIALE NAZIONALE,

NEL MILLENNIO DELLA GLOBALIZZAZIONE,

COSTRUIREMO LE CONDIZIONI DI UN SISTEMA SOCIALE EUROPEO,

QUESTA E’ LA VERA SFIDA DELL’EUROPA DEL XXIsec. :

DIFENDERE LA PROPRIA STORIA E LA PROPRIA IDENTITA’ AI TEMPI DELLA GLOBALIZZAZIONE .

ALLA LUCE DI QUESTO DEVE ESSERE LETTO L’ATTACCO ALL’EURO DEGLI ATTORI SENZA VOLTO DELLE CRISI FINANZIARIE AD OROLOGERIA, UN’EUROPA FORTE ED INCISIVA E’ LA PEGGIOR NEMICA DELLE SPECULAZIONI SELVAGGE, DEL SISTEMA DELLE DISUGUAGLIANZE DELL’ECONOMIA DELLA CRISI.

COME E’ POTUTO ACCADERE CHE I FONDI EUROPEI ALLA SERBIA

SIANO UTILIZZATI COME UNO STRUMENTO DI RICATTO

NEI CONFRONTI DEI LAVORATORI ITALIANI ?

COSTRETTI A RINUNCIARE AI PROPRI DIRITTI

ED ALLA PROPRIA IDENTITA’ DI LAVORATORI EUROPEI

DOBBIAMO FARE CHIAREZZA PRIMA CHE IL TENTATIVO DI CHIUDERE NELLA TOMBA DELL’IDEOLOGIA I DIRITTI DEI LAVORATORI CANCELLI OLTRE CENTO ANNI DI STORIA EUROPEA CON LA BACCHETTA MAGICA DELLA SPECULAZIONE DI UN’ECONOMIA DELLE DISUGUAGLIANZE DI TUTTI E DELLA RICCHEZZA DI POCHI CHE TENGONO SOTTO RICATTO CITTADINI E GOVERNI SOTTO LA CAPPA DELLA DIALETTICA DELL’HOMO HOMINI LUPUS.

MODERATI, NO GRAZIE

Siamo in un momento storico di cambiamento,

non servono i MODERATI,

abbiamo bisogno di INNOVATORI.

Ci vogliono coraggio, coerenza, idee e speranza perchè il mondo sta cambiando e le opportunità di costruire un futuro migliore sono diventate, oggi, oltre che ideali astratti anche concrete opportunità di sviluppo.

Questa mattina sul Corriere della Sera Piero Ostellino attribuisce, non agli speculatori finanziari, ma all’unico stato sociale ancora funzionante al mondo, lo stato sociale europeo, le responsabilità dell’attuale crisi dell’euro.

Dopo aver rifiutato l’aspetto sistemico della crisi, oggi, ci riprovano, capillarizzando le responsabilità sui singoli dirigenti che hanno connotato negativamente, con eccessi, attenzione, PERSONALI e non SISTEMICI, un’economia sana e perfettamente funzionante. Il problema vero, ci viene fatto notare, è rappresentato da chi si ostina a credere nello stato sociale.

Giù la maschera, altro che moderati, nemmeno li si può chiamare liberali e liberisti, perchè non c’è niente di così lontano dal pensiero liberale del rifiuto di correggere gli errori del mercato, il vero volto dei MODERATI, oggi, è lo spirito GATTOPARDESCO, di non cambiare assolutamente nulla.

Non è illuminata la via dei falsi “MODERATI”, congela le istanze di cambiamento ed ha lo sguardo puntato sul XX secolo, incapace di puntare sul nuovo millennio,  usa strumentalmente l’ideologia per delegittimare una nuova economia .

Una classe dirigente che vive di immobilismo sociale, generazionale e di genere, bloccando sviluppo e ricchezza dentro un club chiuso . Questi, oggi, sono i MODERATI, che in politica come in economia, due mondi che in Italia camminano pericolosamente a braccetto, vogliono che niente cambi grazie, anche, all’equilibrato uso degli estintori mediatici puntati sul nuovo che avanza«Rivogliamo i nostri soldi, e ce li riprenderemo»

Barack Hussein Obama, 44° Presidente degli Stati Uniti d’America

Questi sono gli INNOVATORI !

Nella patria del liberismo quando si sbaglia si paga, anche il libero mercato quando sbaglia paga.

Barack Obama ha più volte affermato che la ripresa economica si fonda sulla capacità di mettere una pietra tombale sui dogmi del passato che hanno dato il via al domino finanziario dei subprime.

«Il mio impegno è quello di recuperare ogni centesimo dovuto al popolo americano»