Archivio per Afghanistan

Il silenzio delle donne afghane grida dietro la “Niqab” alla tv di Kabul

silvia marroni

“Niqab”

Dietro una Maschera non per nascondersi ma per mostrarsi.

Raccontare se stesse, dietro il blu chiaro del “chaudari”, il burka e dietro il bianco, il colore della purezza, legato all’evoluzione personale e alla ricerca di sé.

I colori dell’oppressione e dell’innocenza, il blu che nasconde ed il bianco che non vuole essere spezzato.

silvia marroni

Un giovane regista afghano, Sami Mahdi, 28 anni, è l’ideatore di un programma televisivo rivoluzionario, “Niqab”, la “Maschera”.

Dietro una maschera le donne afghane ritrovano la visibilità delle storie di violenza nascoste dietro leggi non scritte. La voce ritrovata viene raccolta in studio da un gruppo di esperti, religiosi, giuristi, attivisti in difesa dei diritti umani per restituire la dignità sociale, religiosa e giuridica a storie negate dalle leggi ataviche in cui le donne sono ridotte a “proprietà” di cui i padri, i mariti, i fratelli dispongono.

Dietro una maschera che esprime contemporaneamente il buio e la voglia di futuro, la negazione e la speranza, comincia il racconto taciuto per generazioni dalle figlie e dalle madri . Quel racconto negato che ha sepolto sotto la violenza la speranza nel momento in cui ritrova la voce  si riappropria  dello spazio individuale e  pubblico di un’identità femminile che non si è mai arresa e incontra anche la voce della comunità, scuote l’anima di una generazione di madri che non vuole tacere con le proprie figlie .

L’isolamento e l’oppressione finiscono dietro una maschera e le donne nel racconto ritrovato di sé,  riconquistano il proprio volto, nella visibilità e nella comunicazione di quello che per secoli e per generazioni era rimasto chiuso dentro le madri e poi dentro  le proprie figlie. Sono voci fragili, scosse da violenze terribili . Violenze che non hanno cancellato quel bianco dell’innocenza, della speranza, dei sogni. Non so quale forza abbia potuto mantenere viva l’identità sotto i colpi di tanto agghiacciante potere distruttivo.

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Una vicinanza troppo spesso mancata

Il cappello con la penna nera degli alpini sopra la bara avvolta dal tricolore, così è tornato a casa Francesco Vannozzi, primo caporal maggiore, 32esimo reggimento genio della brigata taurinense.


Alle due di ieri notte è partito da San Giovanni alla Vena un pullman organizzato dalla Croce Rossa locale per portare a Roma gli amici di Francesco, vogliono riaccompagnarlo a casa, insieme.

Da Pisa a Roma, lontani da quelle strade sterrate in mezzo al deserto, dove i convogli viaggiano lentissimi, non oltre gli 8 Km orari, dove per percorrere poche centinaia di chilometri si impiegano anche diversi giorni. Siamo lontani dall’Afghanistan, l’informazione non ci avvicina ai nostri soldati, alle loro storie, al lavoro che compiono ogni giorno, alle storie dei coetani afghani, delle famiglie, delle donne e dei bambini. In questi giorni l’Afghanistan è sulle pagine di tutti i giornali italiani, lo sarà ancora per poco, come è successo altre 24 volte, per 34 italiani uccisi, dal 3 ottobre 2004 ad oggi.

Non si vive così, “dimenticandola”, la presenza di 3500 soldati italiani in missione in Afghanistan. Non si può essere vicini solo nel momento del dolore, la vicinanza deve essere sempre. Quando si prendono le decisioni, quando si definiscono i particolari tecnici di una missione, quando si seguono gli sviluppi, i successi e gli insuccessi. Da parte del Governo italiano è necessaria la massima chiarezza di fronte al Parlamento sulla missione in Afghanistan e sul rispetto dei principi della Nostra Costituzione, perchè i nostri soldati in Afghanistan, questa volta non li lasceremo da soli, non aspetteremo la prossima disgrazia per essere al loro fianco. E’ previsto per oggi pomeriggio il ritorno alla casa dei genitori, alle otto di sera suoneranno le campane a lutto per una messa che durerà fino a mezzanotte e domani si terranno i funerali .


Anche il mio nonno era un alpino ed il cappello con la penna nera era sempre vicino alla sua scrivania, lo ha accompagnato per tutta la vita, non se n’è mai separato, lo ha voluto sulla sua bara, ed il giorno dei suoi funerali si è presentato un piccolo coro degli alpini per non lasciarlo solo, fino all’ultimo.

Ognuno di noi ha un ricordo, un’emozione da dedicare in questi giorni alla memoria ed al valore dei Nostri soldati caduti in Afghanistan, per recuperare e mantenere una vicinanza troppo spesso ignorata, per chiedere la fine di una “missione di pace” che è diventata sul campo una vera e propria guerra .