NO AD UNA POLITICA IN RITARDO SULL’ECONOMIA

Abbiamo il dovere di trovare un linguaggio nuovo per squarciare il silenzio assordante, su quello che sta accadendo, sull’attacco alla dignità dei lavoratori, sulla cecità di una politica economica che continua ad essere  in ritardo sull’economia.

Per costruire una ripresa che non ci sarà senza il cambiamento, è necessario, oggi, che la politica  recuperi il ritardo degli ultimi venti anni e si dimostri in grado di anticipare l’economia.

Ecco perchè :

GLOBALIZZAZIONE

La crisi economica dalle piazze finanziarie, nel 2010, sta passando alle piazze quelle vere, di quelli Stati, talmente strappati alla loro reàltà sociale e civile da essere chiamati Pigs o Piigs.

La politica non deve aspettare che siano le piazze, quelle vere, a riempirsi di titoli tossici, che dopo aver avvelenato le piazze finanziarie, cercano di avvelenare le nostre piazze, perchè l’economia della crisi è nata e prospera sui massimi squilibri, economici e sociali, su cui la speculazione ottiene i massimi profitti.

Se la politca non interviene,

  • non aprendo il portofaglio, come ha fatto nel 2008, per salvare le banche e le assicurazioni,

  • ma aprendo la mente

ad un nuovo modello di sviluppo sostenibile in termini sociali ed ambientali,

capace di superare il pensiero unico ultraliberista, spazzato via dall’uso che ne ha fatto

la finanza speculativa,

la fine della crisi resterà un miraggio,

come in questi ultimi due anni,

sempre intravisto, ma mai reale.

La politica in questi ultimi anni è diventata  immagine e potere e sempre meno pensiero e contenuti. Si cerca il consenso immediato senza il coraggio di porre i problemi complessi, come copmplessa è la società e l’economia del XXI sec., e di trovare soluzioni complesse e sinergie istituzionali nuove, per esempio con il livello europeo, per affrontare quelle “discariche di problemi concepiti e partoriti a livello globale” che sono diventate le nostre vite quotidiane.

Preparatevi ad annoiarvi oppure a mettere in discussione la piega che il rapporto tra politica ed economia  ha preso nei decenni della globalizzazione.

Vorrei addentrarmi in una riflessione  su come la politica abbia scelto di abdicare all’economia, parte determinante, del suo ruolo di programmazione economica e sociale, adducendo la globalizzazione come scusa per giustificare una perdita di ruolo, che è stata prima di tutto, una mancanza di pensiero e di intervento sulla globalizzazione, comprensibile venti anni fa, molto meno dieci anni fa, assolutamente ingiustificabile dopo il 2008.

Oggi, su La Repubblica, è uscita una interessante riflessione firmata da Ulrich Beck, sui rapporti tra politica ed economia, tra politica e globalizzazione, di cui vorrei citare i tratti più significativi. E’ da tempo che il sociologo tedesco è un riferimento nel dibattito sulla globalizzazione, ci aveva avvisato per tempo, attenzione, prima o poi la globalizzazione ci presenterà il conto. Il problema è che il conto è lungo e si autoalimenta, dal 2008 al 2010, dalle piazze finanziarie alle piazze delle nostre città, in un circolo chiuso tra globalizzazione e speculazione.

“E’ saltata l’alleanza tradizionale tra l’economia di mercato e lo Stato sociale, come dice Ulrich Beck, un’alleanza che ha sorretto per decenni il diritto, le istituzioni, la politica, la legittimità stessa delle classi dirigenti che si alternavano al comando, in una parola la forma pratica e quotidiana della democrazia occidentale.” Ezio Mauro su La Repubblica.

Joschka Fischer  “nessuno può fare politica contro i mercati”

Nei venti anni trascorsi, questa abdicazione, ha caratterizzato la politica economica dei Governi nazionali, ha affidato al pensiero unico ultraliberista le sorti dell’economia. Il risultato è stato una bomba ad orologeria che la finanza speculativa, del tutto indisturbata, ha confezionato per i mercati mondiali.

“I politici si consideravano come pedine di un gioco di potere dominato dal capitale che agisce a livello globale”

“Da un lato si assume che la classe politica con il suo stesso agire abbia causato la sua presunta incapacità di agire: essa, cioè, avrebbe imposto a livello nazionale, come “politica riformista”, le regole dei mercati globalizzati”. In questo modo essa avrebbe prodotto “il destino della globalizzazione”.”


“Il capitale globale consegue il suo potere “inattaccabile” solo allorchè la politica persegua attivamente la sua autoeliminazione”.”

“Dall’altro, l’impotenza che la politica deve addebitare a sé stessa serve da pretesto per respingere la presione ad agire”

“Dal momento che non ci sono e non ci possono essere risposte politiche globali alle conseguenze della globalizzazione, NON C’E’ NIENTE DA FARE”

Questo pecorso di “autoeliminazione” della politica comincia venti anni fa. Dieci anni fa, fino ad oggi, si innesca un altro meccanismo, tutt’altro che virtuoso, la tendenza della politica di “suscitare aspettative la cui irrealizzabilità è palese”.   E veniamo ai vertici internazionali, G8, G20 e quant’altro.

“Prima di un vertice del G20 si chiede a gran voce un qualche tipo di tassa globale sui mercati finanziari, ben sapendo che essa non ha nessuna possibilità di essere applicata”

“SI APRE UN’INTERNAZIONALE SEPARAZIONE TRA IL PARLARE E L’AGIRE”

IL PRETESTO DEL NON POTER FARE E’ STATO SMENTITO DAGLI INTERVENTI DEGLI STATI NAZIONALI NEL 2008 PER SALVARE LE BANCHE E LE ASSICURAZIONI IN DEFAULT

“Si è manifestato per un istante mondiale il plusvalore politico”

Come si passa da un “istante mondiale” ad un intervento mondiale del plusvalore politico sull’economia ai tempi della globalizzazione?

Secondo Ulrich Beck, attraverso il superamento dell’ “ontologia nazionale”,                                                                                         di “un’autoillusione nostalgica che assolutizza la dimensione nazionale”.

Strettamente collegata all’autoillusione nazionale è l’autoillusione neoliberista. L’articolo passa in rassegna i limiti dell’ “autoillusione neomarxista” e dell’ “autoillusione tecnocratica”,  in una lunga analisi che evidenzia il bisogno di certezze radicate nei “dogmi del passato”  piuttosto del coraggio di progettare il cambiamento, di riconoscere il bisogno di un ripensamento  delle categorie ontologiche di una politica che deve essere in grado di guardare avanti,                                     E DI ANTICIPARE L’ECONOMIA, che sulle debolezze della politica ha costruito il suo lasciapassare globale.

“La politica nazionale nell’era globale riuscirà a svolgere la sua funzione plasmatrice e a recuparare credibilità solo nelle forme della cooperazione trasnazionale. ( Ue !)”

GLOBALIZZAZIONE

E allora più Europa e non meno Europa

per portare l’identità politica e sociale dagli stati membri

dentro la realtà economica della globalizzazione.

europa

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1 commento»

[…] parte determinante, del suo ruolo di programmazione economica e sociale, adducendo la globalizzazione come giustificazione di una sempre maggiore […]


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