IL MURO TEDESCO CONTRO LO “SCIAME DI LOCUSTE” DEGLI HEDGE FUNDS

La Germania è dal 2005 che tiene alta la guardia sugli hedge funds e sull’economia del default.

Franz Muentefering, ex-Ministro Federale del Lavoro e degli Affari Sociali ed ex-Vice Cancelliere, nell’aprile del 2005, in piena campagna elettorale, definì «uno sciame di locuste» gli hedge funds.

“Sono contrario a quella gente nell’industria e nei mercati finanziari internazionali che opera come se per loro non esistesse più alcun limite e regola. Alcuni investitori finanziari non sprecano un attimo per pensare a tutta quella gente a cui essi distruggono il posto di lavoro. Godono dell’anonimato, non hanno volto , si abbattono sulle imprese come le locuste, le divorano e passano oltre. Questa è una forma di capitalismo che noi combattiamo“.

Gli alti costi della riunificazione avevano attirato gli speculatori internazionali che si sono trovati di fronte un governo tutt’altro che remissivo. Nell’assordante ronzio dello “sciame di locuste” la risposta del governo tedesco è stata ferma e lungimirante, era tedesco il movimento socialdemocratico che ha forgiato il moderno stato sociale europeo, ed è oggi tedesco, il primo coraggioso riconoscimento da parte della politica, di un attacco degli hedge funds internazionali diretto al cuore dell’Europa, a cui la politica è chiamata a  rispondere con fermezza.

La « Kapitalismuskritik » di Franz Muentefering ha ottenuto, nel 2005, il 75% del consenso dei tedeschi, tre su quattro si sono detti d’ accordo con Muentefering. Tutt’altro effetto le sue parole hanno suscitato nel mondo economico e politico, ma con il senno di poi, ci rendiamo conto che il governo tedesco, puntando su un’economia che si fonda su « alti salari e alti standard tecnologici» e non sugli squlibri di salari al ribasso dell’economia del default, ha fermato gli “sciami di locuste”.

Il Corriere della Sera, nel 2005, ha definito l’espressione “sciame di locuste”, “una botta di nostalgia socialdemocratica”. Ed ecco, la chiave della mancata reazione da parte dell’economia liberale allo strapotere degli hedge funds , un freno ideologico potentissimo, dopo il crollo del muro di Berlino, via le briglie al capitalismo selvaggio in un contesto in cui ogni critica costruttiva veniva annullata con l’etichetta di “nostalgia postcomunista”.

Ci sarebbe stata la crisi del 2007 se avessimo ascoltato con maggiore attenzione e meno pregiudizi ideologici le parole di chi con coraggio denunciava i limiti dell’ultraliberismo del XXI secolo ?

« certi investitori finanziari,

che vogliono solo massimizzare i profitti,

del tutto insensibili ai destini delle persone:

gente senza volto,

che si avventa come cavallette sulle imprese,

le scarnificano e passano oltre».

Oggi lo “sciame di locuste” sta cercando di “scarnificare” la cultura sociale ,comune agli stati europei, si avventa sugli stati per condurli in vicoli ciechi senza più la via d’uscita di una politica economica capace di promuovere lo sviluppo e l’innovazione, la crescita sociale e l’occupazione.

Sempre Franz Muentefering, 15 dicembre 2005, questa volta parla come vicecancelliere :

«Primo: la Germania deve tornare ad essere un Paese di alti salari e di alti standard produttivi, e ciò significa grandi investimenti in istruzione, ricerca e tecnologia. Secondo: lo Stato deve ricevere introiti maggiori, non abbiamo ‘troppo Stato’, ne abbiamo poco. Specie le comunità locali hanno bisogno di un migliore sostegno finanziario, perché oggi investono 15 miliardi di euro in meno che dieci anni fa, se investono, creano posti di lavoro nella costruzione di strade, canali, linee elettriche. Senza rammodernare le infrastrutture, la Germania «collasserà nei prossimi 20-30 anni», nel vano tentativo di inseguire i bassi salari cinesi. «Bisogna cambiare strada e da subito»

Alla luce della crisi del 2007 forse possiamo rileggere la storia del pensiero economico e politico degli ultimi anni strappando il velo dell’ideologia sotto il quale sono state annullate le istanze di un’economia civile che si è più volte opposta al vicolo cieco in cui, il liberismo globale al ribasso di salari e diritti, stava precipitando l’economia finanziaria globale.

Il dibattito sulla nascita di una nuova economia, che è sempre meno minoritario su entrambe le  sponde dell’Atlantico, oggi finalmente, può scrollarsi di dosso le accuse ideologiche mosse da un ultraliberismo che con la crisi finanziaria ha mostrato il suo vero volto.

La via d’uscita dalle morse soffocanti dell’economia del default ,  è indicata da un programma neo-keynesiano, fondato, meno sul «mercato» e più sul sostegno pubblico all’istruzione e alla ricerca, capace di indirizzare verso  un’economia che si fondi su « alti salari e alti standard tecnologici» e non sugli squlibri di salari al ribasso dell’economia del default.

Torniamo al 2005 e alla «nuova frontiera» kennediana, non liberista» di cui parla Nancy Pelocy, il 2 dicembre 2005, durante il secondo mandato di G.W.Bush, in un discorso pronunciato ad Harvard, «A new era of American Innovation and Competition» in cui ISTRUZIONE, RICERCA, INNOVAZIONE E TECNOLOGIA sono la chiave di una nuova economia.

La storia degli ultimi anni è ricca delle voci che avrebbero fermato il domino finanziario globale iniziato nel 2007, continuare ad ignorarle oggi è irresponsabile, andare a riscoprirle e ripercorrere le tracce di un’altra economia,  ci permette di “scarnificare” lo strapotere dell’economia del default.

Serve un’economia, alternativa al vicolo cieco del LIBERISMO AL RIBASSO,  capace di promuovere, un LIBERISMO AL RIALZO, che non cresce sugli squilibri ma difende gli equilibri della giustizia sociale e della crescita civile .

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