SENZA INVESTIMENTI SU SVILUPPO, OCCUPAZIONE E REDDITI CI ASPETTA UNA “CRESCITA SENZA OCCUPAZIONE”

La ripresa di cui tanto si parla, se e quando comincerà a farsi sentire, non coinciderà necessariamente con nuovi posti di lavoro.

ECONOMIA SOSTENIBILE

Sarà una ripresa senza nuova occupazione a meno che non si intervenga sul mercato del lavoro con incentivi e politiche occupazionali a lungo termine.

Senza una mirata politica occupazionale non ci sono reali prospettive di nuovi posti di lavoro, ci aspetta quella che viene definita una “crescita senza occupazione”.

In Italia gli incentivi all’occupazione, rispetto ad altri Paesi europei, sono pochi e poco efficaci.

La debolezza del mercato del lavoro italiano rispetto a quello europeo è evidente anche sul piano dei redditi, nell’ultimo rapporto dell’Eurispes ‘Italia 2010’ , l’Italia è al ventitreesimo posto tra i Paesi dell’Ocse se si considera il il salario medio netto annuo percepito da un cittadino italiano, pari a 14.700 euro, mentre negli altri paesi europei le retribuzioni nette annue sono del 20%-30% più alte, si aggirano in media intorno ai 25.000 dollari, Germania (29.570), Francia (26.010), Spagna (24.632) .

Raggiungiamo invece i primi posti, il sesto, per il cuneo fiscale, la differenza tra costo del lavoro e retribuzione netta, che in Italia arriva a pesare – nel caso di un lavoratore dal salario medio single e senza figli – per il 46,5% .

Le famiglie italiane stanno  reggendo all’urto della crisi  grazie soprattutto agli “ammortizzatori sociali familiari”, la “solidarietà parentale”, che tampona gli effetti immediati della crisi, ma ne determina di nuovi, incide negativamente sulla mobilità sociale e non aiuta lo sviluppo e la modernizzazione del mercato del lavoro, si fonda su passati diritti invece di creare e difendere quelli attuali.

Oggi, sono le famiglie in cui entrambi i partner lavorano che, in Italia come in Europa, sono in grado di reggere gli effetti della crisi, il problema italiano sono le basse percentuali del lavoro femminile, quindi il minor numero di famiglie italiane, rispetto a quelle europee, in grado di arrivare alla fine della crisi indenni .

Un esempio concreto di come la mancanza di una vera politica di sostegno alle famiglie ed ai redditi incida a 360° sull’economia e su un  mercato del lavoro, che in Italia è un mercato sempre meno giovane e sempre meno rosa.

Un dato su tutti, solo un venticinquenne su 4 lavora in Italia e quando è impiegato è sempre precario.

Una donna su cinque in Italia lascia il lavoro dopo la nascita del primo figlio. Questo aspetto non è rilevante solo dal punto di vista della parità di genere, ma esercita delle conseguenze che sono negative in termini di crescita economica e di stato del mercato del lavoro. Si tratta di una pluralità di effetti negativi che pesano sullo stato dell’occupazione in Italia e sulla capacità delle famiglie di reggere la crisi.

Il Trattato di Lisbona traccia una “road map” , una tabella di marcia per la parità tra donne e uomini, il tasso percentuale dell’occupazione femminile tra i 15 ed i 65 anni in Italia è del 47,2%, 11 punti in più rispetto al 1993, ma 13 in meno rispetto agli obbiettivi del Trattato di Lisbona.

L’ostacolo maggiore che si pone tra le donne ed il lavoro è quello dell’impegno familiare.

Se prendiamo in esame le donne tra i 35 ed 44 anni, quelle non sposate hanno tassi di occupazione più alti,  l’87% per le donne non sposate, il 72%, per le donne che sono in coppia ma non hanno figli , il 52% per le donne che vivono in coppia ed hanno figli, tra queste ultime il tasso di occupazione si abbassa con l’aumentare del numero dei figli, con un solo figlio il tasso di occupazione è il 64%, con due o più figli scende al 34%. Su questi dati incide anche l’area geografica, (1 caso su 6 sono le donne che lasciano il lavoro al centro nord, ed 1 su 4 al sud), ed il livello di istruzione, (1 su 3 con licenzia media, 1 su 13 per le laureate). 

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